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giovedì 22 dicembre 2016

DIALOGHI: Essere e apparire

"Indossiamo vestiti.
Il vestito dell'uomo innamorato, il vestito della donna spirituale, il vestito della persona per bene e onesta, il vestito del dentista, il vestito dello yogī, il vestito del cristiano.Pensiamo che avere un figlio è essere padre, una laurea essere dentista, farsi il segno della croce essere cristiano, avere una buona elasticità essere uno yogī, conoscere il pensiero dei filosofi essere un filosofo, fare la carità essere caritatevoli.Niente di tutto questo fa di noi qualcosa del genere, finché non siamo disposti a dimenticarci di essere questo e quello e di essere fatti in un certo modo.Il concetto principale da sradicare è "io". Tutto il resto si poggia su questo concetto solido e lo perpetua. Niente di ciò che facciamo ha un qualche valore se è un aggiunta a questo concetto solido principale.Ricreare un'immagine di noi stessi ogni volta che approcciamo a qualcuno o qualcosa, è un disastro. Non ci permette MAI di entrare a contatto con nulla. Riconosciamo, vediamo, sperimentiamo che siamo NIENTE, e poi forse da lì è possibile fare una famiglia, avere figli, praticare yoga e andare in Chiesa."





sabato 3 dicembre 2016

DIALOGHI: Follia nascosta


"La tensione è solo ben nascosta. Basta toccare una persona per farla mettere sulla difensiva o farla piangere. In circostanze abituali, quando tutto va bene, questa follia rimane nascosta. Solo in situazioni realmente difficili ed impreviste si vede il vero volto di qualcuno. E' semplice prendersi per spirituali ed iniziati finché la situazione lo consente. Poi si perde il lavoro, mia moglie mi lascia, muore il mio cane, e dico "no" alla vita. Posso soffrire, soffrirò sicuramente, ma contemporaneamente ringrazio la vita. Ringrazio per avermi donato questo ricordo, questi momenti, queste gioie e questi dolori.
Diversamente siamo bravi, generosi, pacifici, finché la situazione lo permette."

lunedì 28 novembre 2016

DIALOGHI: Essere verità

"Desidera così ardentemente la verità, fino a diventarla. Quando sei verità, non puoi più scendere a compromessi con il vecchio mondo che creavi come ovvia risposta della tua paura di essere verità. Allora le perdite non saranno più traumatizzanti, tranne che per la mente che cerca sicurezza, ma funzionali alla maturazione. Scopri come la tua vecchia paura creava un mondo di falsità intorno a te, e come questa manteneva attività, relazioni, professioni, abitudini, magari successi, amicizie, che non ti appartenevano. La paura della solitudine, di rimanere senza lavoro, senza amici, senza allievi, senza maestri, senza partner, senza approvazioni e considerazioni, cede il posto al desiderio di chiarezza, ad ogni costo. Allora le perdite e gli addii non sono verso qualcuno, ma verso parti di te, e un aggiustamento nel quotidiano si rivela."


mercoledì 23 novembre 2016

DIALOGHI: Non violenza è violenza


"Non si sopporta la violenza perché si sente la possibilità di essere violenti. Ciò che al di fuori di noi si vuole condannare, reprimere, modificare, è sempre ciò che non vogliamo vedere in noi. La violenza del "mondo" diventa intollerabile quando siamo violenti.
La vera violenza inizia quando pretendo che il mio corpo debba essere diverso, la mia mente pura e silenziosa, le mie azioni buone e giuste, il mio carattere sensibile e altruista. Questo si traspone in tutto il resto: mia moglie non deve pensarla in quel modo, il mio cane dovrebbe abbaiare di meno, mio figlio dovrebbe prendere sempre voti al di sopra del sette e mezzo, e il ladro non dovrebbe rubare.
Non si vuol vedere come la violenza è vita, e dunque si ha paura della vita. Essa è violenza fisiologica, la natura stessa è violenza. La situazione mi presenta costantemente ciò che rifiuto in me quando rifiuto la situazione. Ogni occasione è preziosa per vedere quanto siamo violenti contro la violenza. Le intenzioni di pace, di fratellanza, di giustizia, sono l'inizio di ogni guerra."

martedì 22 novembre 2016

DIALOGHI: Dire ciò che si pensa




"La paura degli altri mi blocca, sopratutto in campo professionale."

"Non dire ciò che si pensa è più faticoso di dirlo.

Il corpo sente l'impulso, e questo viene bloccato. 
Questo perché abbiamo imparato a tradirci ed essere premiati per questo. 
Ad un certo punto una forma di maturità porta ad una domanda: è più importante la propria salute, o mantenere sempre alto il livello di considerazione positiva nei nostri confronti? 
Ed ecco che la rabbia, la reazione, la parola, l'azione, diventa totale, pura, senza psicologia. Diversamente sarà solo un accumulo.
Questa maturità modifica la realtà, o meglio, costringe il mondo a ripagare il coraggio di essere se stessi."




domenica 13 novembre 2016

DIALOGHI: Cosa è favorevole alla crescita?

[ .... ] " ... in una situazione senza possibilità di lavorare interiormente"

"Si ha l'illusione di credere cosa sia favorevole alla crescita interiore e cosa no, cosa mi serve e cosa non mi serve. Come faccio a saperlo? Chi mi credo di essere per saperlo? Crescita è una parola ingannevole, perché la vera maturazione passa sempre per una perdita di riferimenti, e non è volta all'acquisizione. Fare yoga o essere vegetariani non è detto che sia favorevole, perché ci si immagina più puri in queste attività. Niente di ciò che siamo profondamente è puro o impuro, niente nella realtà può essere purificato o sporcato. E' facile prendersi per persone spirituali quando si può meditare la mattina, mangiare il cibo che si vuole, evitare magari di innamorarsi e non esternare alcuna rabbia. Cosa succede nei momenti in cui mancano i libri profondi? In cui non ci sono maestri a disposizione e quando non c'è il tempo di meditare? Se dobbiamo improvvisamente partire per una guerra, se bombardano casa nostra, se perdiamo una gamba? In questo modo possiamo vedere a che punto siamo realmente. Non sto dicendo che sono situazioni necessarie per la crescita, ma non possiamo assolutamente dire cosa sia favorevole e cosa non lo sia. Alcune scosse che diciamo essere sfavorevoli sono, invece, proprio ciò che ci serve per rimuovere l'illusione di essere illuminati ed essere giunti da qualche parte. Se pensiamo che il guru sia favorevole e la mamma odiosa no, siamo in una fantasia.

"Dunque cosa è favorevole?"

"Tutto è favorevole quando l'indagine è una cosa seria. Chi dice questo si e quello no, non è onesto nella sua visione e non riesce a vedere che ha paura e cerca di coprirla. Favorevole è ciò che si presenta. Se sono povero, questo è favorevole. Se sono ricco, questo è favorevole. Se vengo lasciato, questo è favorevole. Se provo dolore, questo è favorevole. Ma se sono triste e cerco di meditare per stare meglio, non sono onesto. Se nel luogo in cui sono mi sento sfavorevole e penso che sia meglio andare in India dal grande guru, sto ancora sognando."

"Non dovremmo allora muoverci mai?"

"Impossibile, la vita è movimento, cambiamento. Semmai se ti muovi credendo di dover trovare qualcosa di favorevole da qualche altra parte piuttosto che qui, potrai anche farlo ma non troverai che delusione e frustrazione. Il vero cambiamento è possibile solo se la si smette di credere che il cambiamento è favorevole rispetto a qualche altra cosa. Chi crede di aver bisogno di qualcosa, è pericoloso. Cercherà sempre di prendere, amore o soldi, fa poca differenza."





giovedì 20 ottobre 2016

DIALOGHI: Sentire è pericoloso

"Guardare, ascoltare, toccare, è troppo pericoloso, perché distruggerebbe la continuità del pensiero. Noi ci limitiamo ad appiccicare etichette in ciò che percepiamo, per confermare le nostre sicurezze di conoscere. Le nostre mani, il nostro gatto, il mondo, l'automobile, il cemento, gli altri, sono tutte idee su cui proiettiamo una sicurezza. Perdere il riferimento, l'immagine, significa perdere di conseguenza il modo in cui percepiamo noi stessi. Senza sapere con cosa entriamo in contatto, non sappiamo più chi siamo. Ogni discorso spirituale, dunque, se non parte da questa sincera messa in discussione, è una presunzione. Vogliamo capire senza sacrificare. Vogliamo aggiungere senza togliere. Dunque iniziamo a guardare il cemento abbastanza a lungo da toccare per la prima volta la paura di non sapere cosa stiamo guardando. Mettiamo da parte le nostre conoscenze, torniamo alle basi."



sabato 20 agosto 2016

DIALOGHI: Cambiamento e indecisione

D "Puoi parlarmi dell'indecisione e del cambiamento?"

"L'indecisione non va risolta con una scelta, va compresa. Indica una mancanza di risonanza e di richiamo. Ciò che si vuole non consente dubbi. Quando qualcosa o qualcuno richiama profondamente, non c'è indecisione, c'è azione. L'indecisione indica una mancanza di risonanza.
Allora la domanda è: cosa si vuole?
La vera domanda però è un'altra: prima di sapere cosa vuoi, sai chi sei?
Riconoscere che la persona è solo una forma di abitudine, e non desidera il cambiamento, perché esso implica la cancellazione di questa auto-idea del "me".
Normalmente si cercano dei cambiamenti futili: cambio fidanzato, cambio taglio dei capelli, cambio automobile, cambio religione, cambio città."

D "Alcuni di questi non sembrano futili."

"Puoi cambiare città ma rimanere lo stesso, trascinandoti le tue proiezioni, paure, abitudini, false sicurezze. Non è l'oggetto del cambiamento a determinare una vera trasformazione. Il vero cambiamento cancella il vecchio, non si somma ad esso. Inoltre il vero cambiamento è verticale, non è legato al tempo e alle circostanze. Avviene in profondità, e la sua forza modifica anche gli eventi. L'errore è cercare un cambiamento del genere, come nella spiritualità del desiderare e dell'attrarre. Nessuna persona vuole un reale cambiamento, perché questo implica l'abbandono dell'idea stessa di persona. La mente può solo volere un cambiamento in relazione a ciò che conosce, dunque prende il passato e, modificandolo, lo proietta nel futuro. Ogni obiettivo, speranza, desiderio sarà sempre della parte informatica del pensiero, quella che proietta un mondo che già conosce e in cui si sente al sicuro.
Non si sceglie di cambiare, quella è la mente che cerca sicurezza, non felicità. Un cambiamento importante è presentito in lontananza attraverso l'incontro con una persona, la visita in un luogo... l'atmosfera cambia. Questo presentimento trascina un senso di paura, perché indica qualcosa che non è legata al conosciuto. E' un cambiamento che si avverte come inevitabile, simile ad una piccola morte, perché tutta la struttura mentale dell'io è messa a rischio. Non si pretende nemmeno di muoversi senza paura, perché questa si fa sentire più forte, ed è il segno che il cambiamento è rilevante. Ci si muove, dunque, nonostante la paura. L'elemento paura è segno che il cambiamento è già in atto. La persona vorrebbe cambiare, ma solo a partire dal conosciuto, e questo non è un vero cambiamento. Quando si ha il coraggio di mettere in discussione la propria auto-idea, allora si è disponibili ad un cambiamento che inglobi anche le false sicurezze.
Il messaggio quindi è: nessuno può e vuole cambiare. Il cambiamento è parte di un processo più grande, fuori dal controllo personale. L'indecisione indica un'assenza di vero richiamo. I cambiamenti che spaventano di più sono, infatti, quelli più interiormente significativi.
In un'ottica più ampia, senza interpretazione personale, ciò che cambia è inevitabile che lo faccia.


sabato 13 agosto 2016

DIALOGHI: Traumi del passato

D - "Come comportarsi con i traumi del passato?"

"Tutto ciò che è inutile cade da solo senza dargli attenzione. Il trauma non è passato, ma presente. Il problema è adesso, e non è necessario cercarlo nel passato. Quando la priorità non viene più data alla storia che lega il trauma all'oggetto in questione (il papà, il cane nero, lo schiaffo del compagno di scuola, la violenza sessuale subita ..), può finalmente essere sentito nel corpo senza psicologia. Dove si colloca il trauma? Che colore ha? Che forma ha? Come si muove? Lasciarlo espandere a livello fisico togliendo la storia di cui l'io si serve per mantenerlo. Prima o poi, con questo approccio, il trauma andrà via da sé. Finché servirà, allora dovrà restare."


giovedì 28 luglio 2016

DIALOGHI: Risveglio e debolezze


" [ ... ] con tutti i legami, le paure, i nodi familiari, le identificazioni, il risveglio non credo sia possibile. Penso che prima è necessario riuscire a staccarsi da questi "pesi mentali" e "costrizioni emozionali".

"Esistono due modi di vedere la cosa. Un lato della spiritualità vede il risveglio come un punto di arrivo, un evento che ti libera, definitivamente, dall'ego. Ti invita quindi a praticare, a meditare, a lavorare sull'ego, sulla sessualità, sulle paure, sulle emozioni negative e difetti. Esistono scuole a tutte gli effetti, e lo sforzo diventa necessario. Lo trovo affascinante, ma non necessario. La seconda spiritualità ti dice semplicemente che questa libertà è già qui e non è frutto dell'esperienza. Tu sei già libero, indipendentemente dalla configurazione che la vita assume. Se entrambe le visioni vengono esasperate, nel primo caso avremo un intestardirsi e uno snaturarsi, nel secondo caso la scusa per non rendere più salutare il proprio quotidiano, perché "è già tutto perfetto così com'è."
Come ogni cosa l'equilibrio sta nel centro. Il risveglio non è necessariamente un evento improvviso, e non necessariamente è definitivo. Esso è solo un indizio, un indicatore, un inizio. Ti dice che non stai vivendo, perché escludi, pianifichi, lotti, torturi te stesso. Il fatto stesso di definire qualcosa, permette alla mente di immaginarsela in qualche modo. In realtà il risveglio è proprio ciò che la mente non potrà mai affermare o definire. Non si risolve il conflitto, la patologia, il nodo, e poi ci si risveglia. La maturazione è qualcosa che si muove indipendentemente dalla sfera personale, ma la influenza. Le sofferenze, le tensioni, i conflitti, i traumi, sono presenti, e sono qui per dirci qualcosa. La saggezza comporta la capacità di riconoscere il disagio, e l'intestardirsi per rimuoverlo, per vincere la paure, per andare "oltre", per superare i traumi, viene visto per ciò che è: un'atto puramente infantile. Il trauma è lì per dirci qualcosa, va ascoltato. La maturità lo porterà via da sé, con l'ascolto. Quando il disagio non sarà più utile, allora andrà via da solo. Il frutto cade dall'albero da solo, appena è maturo. Si fa quello che è possibile, ma la maturazione, o come qualcuno lo chiama "risveglio", o la saggezza, non sono la fine del percorso. Cambia il modo di vedere la cosa, cambia il proprio atteggiamento, radicalmente. La gente vorrebbe raggiungere qualcosa per rimuovere paure, sofferenze, traumi. Fin quando questa pretesa sarà presente, nessun vero cambiamento è possibile.

domenica 24 luglio 2016

DIALOGHI: La dose

"Quando cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi occupati, fare yoga, andare a correre, prostitute, bere, fumare, ecc.
Non si cerca di star bene, ma si cerca di non star male. Non si tratta necessariamente di evitare certe esperienze, ma di scoprire il grosso fraintendimento alla base. Nella soddisfazione momentanea, il livello del disagio diminuisce, anche se per brevi momenti. Confondere, quindi, l'essere felici e lo star bene, con il non essere infelici e il non star male, è un primo elemento di fraintendimento comune. Facilmente diciamo di star bene con qualcuno, quando invece grazie a quel qualcuno non stiamo male, perché abbiamo una distrazione dal disagio esistenziale che ci accompagna tutta la vita. Ci si abitua a certe emozioni, e l'altra persona o situazione diventa il pretesto per continuare a sentirle, evitandone altre più spaventose. Nella solitudine, nell'assenza di direzioni, anziché vivere quella verità, cerchiamo nuovamente di innamorarci di qualcuno, o di fantasticare su qualche futuro. Insomma, vogliamo la nostra dose. Preferiamo una falsa felicità piuttosto che una vera, solo per evitare di non attraversare la grotta ed uscire dall'altra parte. Conosciamo persone e situazioni apparentemente nuove, ma mai dopo aver superato la grotta, bensì sempre allo stesso punto. Infatti, pur cambiando corpi e scenografie, le emozioni, le colpe, le pretese, sono sempre le stesse.

TUTTI vivono questa condizione.


Provare a rimanere senza soluzioni, senza correre verso la propria dose personale, è l'azione più coraggiosa che si possa fare. La via verso la disintossicazione emozionale passa, necessariamente, per il sentire il proprio corpo e la mente tremare al bisogno della sua dose personale. Vedere la propria ombra per la prima volta, sentire quella paura di essere uccisi da questa, e scoprire che non uccide .."

domenica 17 luglio 2016

DIALOGHI: Ciò che è giusto non è sempre ciò che si sente

D "Negli ambiti della ricerca spirituale si insiste molto sul seguire ciò che si sente. Non credo sia una cosa possibile, poiché la nostra condizione spesso non ci permette di fare tutto ciò che vorremmo. Che ne pensi"?


R "Prima di capire ciò che si sente bisogna fare molta pulizia, e la pulizia viene solo con l'ascolto e con la pazienza. Non ci sono tecniche particolari, nemmeno la meditazione, nemmeno i sogni. Ci vuole tempo, a volte, affinché si affini questo sentire, e il tempo senza la fiducia non è nulla. Il termine che viene usato, spesso, è quello di consapevolezza, che non è altro che un certo grado di attenzione. Se impari a darti ascolto con una certa attenzione, pian piano emerge ciò che senti. Ma ciò che senti è solo un inizio. Con la maturazione imparerai a sentire ciò che fai, perché nella vita non si sceglie, ma si è scelti. Questo però è uno step successivo, ed è inutile forse parlarne adesso."


D "E se ciò che si sente non è corretto?"


R "Corretto o meno non esiste. Esiste ciò che ti da questo momento, ed è sempre corretto. Si impara a saper distinguere ciò che si sente da ciò che è giusto. Ciò che si vorrebbe non è sempre la cosa giusta, perché spesso è un modo per scavalcare un disagio funzionale alla crescita."


D "Un esempio?"


R "Per capirci prendo un esempio estremo. Un tuo caro sta soffrendo a morte e non ha via di scampo, ti chiede di ucciderlo. Cosa fai? O magari senza scomodare situazioni cinematografiche, sai che un percorso è giunto alla conclusione, vorresti continuarlo per sentirti meglio ma sai che è giusto cambiare, cosa fai? Quindi bisogna imparare a distinguere ciò che si sente da ciò che è giusto. Ciò che è giusto è ciò che va fatto, ciò che si sente è ciò che si vorrebbe, e come dici tu non è sempre possibile realizzarlo."


D "Perché mi rattrista sentire questo?"


R "Perché senti che è la verità, e senti che non puoi rinunciarci. Questa sofferenza non uccide solo grazie alla fiducia. Senza fiducia, senza quella che viene chiamata fede, ma alla vita nella sua totalità e non ad un Dio proiezione delle proprie paure, la tristezza potrebbe portarti ad un lento suicidio."


lunedì 11 luglio 2016

DIALOGHI: Invidia


D "Il sentimento dell'invidia non mi lascia .."


R "Ti lascia quando ti accorgi quanto ti fa male. Prova a trasformare l'invidia in ammirazione. Se nel tuo campo qualcuno è più avanti di te, ha più successo di te, allora serviti di quel senti-mento negativo per impegnarti di più. Prendilo come riferimento per riuscire a raggiungere quei livelli, e magari per andare oltre. Grazie a lui tu puoi fare meglio. L’invidia ti congela e ti rende lamentoso, mentre l’ammirazione ti spinge ad agire."


D “Non si tratta del mio campo. C’è invidia verso chi è realizzato, in qualsiasi campo artistico. Io ho molti talenti, ma in nessuno di questi sono riuscito a costruire qualcosa. Mi sono impegnato molto ma vedo che chi è meno capace, spesso, ha più riscontro.”


R “Se non si tratta del tuo campo non ti serve provare invidia. Spesso siamo invidiosi di qualcosa che non ci appartiene, perché non è quella la nostra strada. Allora piuttosto che provare invidia, meglio andare da un’altra parte. Poi non hai bisogno di fare tutto. Quando la limitazione del “me” inizia a cadere, non appena vedi qualcuno che è molto abile in qualcosa, allora è come se la stessi facendo tu. Il fatto stesso di vedere un bravissimo cantante, il vederlo dal vivo e constatare il suo successo, se ti senti separato, ti fa crescere l’invidia. Se non ti senti separato, perché ciò che stai vivendo è TE, allora sei quel cantante, la sua voce risuona dentro di te. Non hai bisogno di essere sul palco, di essere il protagonista, sei sempre lo spettatore, anche lì dove ti sembra di essere il protagonista. La voce del cantante è in te, il gesto tecnico del ballerino è in te, il quadro di quel pittore famoso, è sempre in te. Ogni volta che vedi qualcosa che ti colpisce, quel qualcosa ha bisogno di te per esistere. Ogni opera d'arte parla di te"


giovedì 7 luglio 2016

DIALOGHI: La porta del non sapere

"La sensazione di sentirsi persi, senza una meta, senza un obiettivo, senza un riferimento, è solo una porta.
Questa porta non è mai stata veramente aperta. Si preferisce sapere, anche se sapere è immaginazione. Costruire un obiettivo, riporre la propria felicità nelle mani di un'altra persona, saltare da un piacere ad un'altro, aspettare che qualcosa cambi una volta per tutte ... Non si riesce ad ammettere che non si sa nulla, che si è completamente persi. Ogni credenza è stata costruita a partire da questa paura di non avere riferimenti, e non solo religiosa. Una credenza è perfino ciò che credo di essere, le mie convinzioni, le idee sul mondo, sugli altri, sui miei sogni e desideri, sul mio passato, sulla scienza o sulla fede. Una credenza è credere di sapere cosa sia una mano, un bicchiere o il mio gatto.

Non sapere non è un problema da risolvere, non sapere è la natura di ognuno. Non sapere come vivere, cosa fare, cosa progettare. La nostra mente si sposta sempre molto in là, e cerca conferme leggibili per prevedere il futuro, in modo da segnare il percorso. Sentire quel disagio, profondamente, significa iniziare ad aprire la maniglia della porta. Iniziare a familiarizzare con la paura più grande, l'unica vera paura che, per errore, si sposta su degli oggetti: il cane, il papà, la morte, Dio, il futuro. Ma l'unica vera paura è sempre e soltanto il sentirsi persi, il non sapere chi si è, dove si è, e dove si sta andando.
E' normale fare strategie, non progetti. Un progetto può crollare, una strategia può cambiare. Per aprire la porta ci vuole coraggio, per passare dall'altra parte, in un mondo dove non ci sono maniglie di sabbia per afferrarsi, castelli d'aria, e ponti di acqua. Nessun passato, quindi nessun futuro. E dopo cosa accadrà? E chi può dirlo. Verrebbe da dirsi, dov'è la speranza nel lasciare andare? Cosa mi porta questo abbandonare i riferimenti? Ancora una volta si tenta di giungere a qualcosa. Nessuno sa come la vita può prendere forma, nessuno può prevederlo."


mercoledì 22 giugno 2016

DIALOGHI: Emozioni sbagliate?


D - " [ ... ] sentendomi in colpa per provare certe emozioni"


R - "Un ragionamento può essere sbagliato, un'emozione no. 
Se sei a disagio, chi ne viene disturbato è solo chi non sopporta il suo disagio, non il tuo. Chi fugge dal disagio, non ti capisce, e quindi si sente disturbato. Chi non giudica il suo disagio, comprende anche il tuo. Magari è dispiaciuto, ma non disturbato. Per chi ha paura delle sue ombre e non le conosce, tu dovresti sempre stare bene. Sorridi, gioisci, ama ... così ti abitui a farlo anche quando non è la verità.
La rabbia, quando non è psicologica, ha una sua bellezza. Una rabbia senza paura diventa incisiva, totale, senza lasciare residui. Puoi notare di solito come, mentre manifesti rabbia, un senso di chiusura che non ti permette di viverla pienamente si somma al sentire fisico, e di solito questo accade a causa di altri pensieri che ti dicono che non dovresti per molti motivi. Una sorta di censura avviene."


D - "Questo dipende molto, però, da chi ho di fronte. E' chiaro che non sempre posso esprimere completamente l'emozione."


R - "Esprimere è solo l'aspetto più superficiale. Puoi vivere il disagio dentro di te, questo non è reprimere. Reprimere è quando reputi il disagio come un errore di percorso, come ingiusto, come sbagliato. Reprimere è quando vuoi puntare quel tuo disagio verso un oggetto, e non puoi. Una insofferenza vissuta realmente dentro non è contro nessuno, nemmeno contro di te. E' sentita fisicamente e non ha come bersaglio un'immagine su cui vomitarla. Noi diamo dei nomi a ciò che proviamo, così facendo delimitiamo e separiamo. Inoltre il nome che diamo è connesso con un pensiero di "giusto o sbagliato". Sentire significa non lasciarsi ingannare dai limiti imposti dalle definizioni."


martedì 14 giugno 2016

DIALOGHI: Il conflitto e la competizione

"Il conflitto è una cosa naturale quando non è psicologico. Due animali entrano in conflitto, poi finisce lì. Nessun residuo psicologico, nessun senso di colpa, nessun rancore. Se si accettasse la diversità, il conflitto non si perpetuerebbe. Un fiore non insegna un albero a fare profumo come lui. Un pesce non si sforza di insegnare ad un gallo a nuotare come lui. Il conflitto non crea problemi se non è psicologico. E’ il nostro bisogno di voler per forza risolverlo che lo perpetua. Il nostro desiderio di essere tutti uguali, di andare d'accordo, di comprenderci. I nostri sentimentalismi creano il conflitto psicologico. Se non capiamo qualcuno, crediamo di capirlo e lo fraintendiamo. Cerchiamo di convincerlo del nostro punto di vista. Se con la nostra attuale fidanzata non funziona più, facciamo di tutto perché riprenda a funzionare, con il risultato che nascondiamo la natura di ogni individuo, forzandolo alla nostra. La diversità è fonte di arricchimento quando non si forzano gli altri ad essere come noi. Non esisterebbe invidia se l'altro venisse preso come esempio, esisterebbe solo l'ammirazione. " "Trovi che sia utile non alimentare la competizione nel bambino?" "No. La competizione è una fase che va rispettata, come ogni altra fase. Il bambino dev'essere libero di esplorarsi, di essere violento, di piangere, di arrabbiarsi. Si cerca nella vittoria, si cerca di essere meglio del compagno, cerca attraverso lo sport di fare sempre meglio. Il problema nasce quando lo si spinge a credere che attraverso la competizione raggiungerà il successo e si affermerà. A quel punto la competizione non è più un gioco, ma una questione vitale. Si avrà così bisogno di competere ancora anche da adulti, contro qualcuno o qualcosa. Una competizione sana è quella che ti insegna sia a vincere che a perdere. Una competizione malata è quella che ti insegna solo a vincere.

sabato 30 aprile 2016

DIALOGHI: Amore e contraddizioni


"Ti innamori di chi ti fa sentire meno solo, ti chi esalta i tuoi lati migliori, di chi ti tiene in considerazione. Hai bisogno di sentirti al centro nella mente e nel cuore di qualcuno. Desideri sapere se ti pensa, se sei la prima persona che gli viene in mente ogni mattina. C'è un lato romantico in tutto questo, ma anche, e soprattutto, disfunzionale, malato, perverso. E' una forma di fissazione e di masochismo psicologico. Cerchi in questo modo di mostrarti più bello/a, più intelligente, più forte, e poi ti affatichi a mantenere solida quell'immagine. Molto presto inizieranno i giochi di potere che ben conosciamo, e che facciamo sempre finta che siano normali."

- "Perché non ci si rende conto di questo stato disfunzionale"?

"E' un problema di origine culturale. La frase "ti amo", ad esempio, non si dice in tutte le parti del mondo, e non significa la stessa cosa. La mente viene condizionata fin da subito a trovare il completamento nell'altro, con tutti i contro del caso. L'altro diventa l'immagine su cui scaricare eventualmente tutte le proprie mancanze. Poiché è insopportabile la presenza di sé stessi, si cerca qualcuno un po' ingenuo su cui appoggiarsi per poter diminuire quel disagio, e costringerti a non guardarti mai dentro. E' sempre dell'altro la colpa o la responsabilità di renderci felici. La parola amore è troppo abusata, troppo ricorrente, un po' come quella di rispetto e di fiducia. Sono armi che l'ego usa per farsi strada, e sono armi accettate da tutti coloro che portano una maschera. Poiché la maggioranza porta la maschera, chi è senza diventa il problema. In un ospedale vedi così tanta gente che sta male che prima o poi, se lo frequenti a lungo, non ci farai nemmeno più caso."

- "Ma l'amore di per sé, può avere un significato più profondo?"

"Si, ma l'uso di questa parola non è necessario. Nel percorso interiore, una delle pratiche più difficili ed interessanti, potrebbe essere quella di eliminare dal proprio vocabolario parole come "amore, rispetto, gelosia, fiducia, fede, ...." Vedrai come, senza questi scudi, l'ego si sentirà in difficoltà. Senza queste giustificazioni facili e alla portata di mano, sentirai che dovrai rivedere le stesse basi su cui l'io si nutre."


giovedì 10 marzo 2016

DIALOGHI: Tristezza

"Sento dentro di me una tristezza perenne che non so spiegare. Non c’è una ragione per questo."


"Continua a mantenerla senza oggetto. Quel dolore diviene tristezza, poi nostalgia, poi malinconia, poi gioia. E’ un sentimento essenziale, lasciato dalle persone sempre nella superficie. La maggioranza tradisce questo sentimento essenziale, fingendosi felici e sorridenti, mentendo a se stessi. Poi basta una parola o un contatto per farli piangere. Senti che qualsiasi cosa fai non ti toglie quella tristezza, è ottimo, una forma di grande maturità. Ti viene difficile perfino innamorarti, perché smetti di credere che questa nuova situazione ti porterà finalmente ciò che ti mancava. Senti che ti manca qualcosa, ma non sai cosa. Smetti di credere che sia dovuto al tuo lavoro, alla tua compagna, al tuo stipendio, alla tua autoradio. Smetti dunque di cercarla fuori, e la vivi dentro. Questo è l’inizio dell’arte."

sabato 27 febbraio 2016

DIALOGHI: Centro e Periferia

D "Esiste un centro?"

"In ogni cosa esiste un centro"

D "Qual'è il nostro"? Si può trovare un punto immobile"?

"L'io non è il centro, ma la periferia. Quello che tu definisci "te stesso", si muove nel mondo, o almeno così sembra. Parla, cambia idea, si contraddice, cerca, ha esperienze. Il centro è ciò che osserva anche questo io. L'osservazione non si fa, perché altrimenti è l'io che osserva se stesso, e lo farà sempre da un punto di vista parziale, che gli conviene o meno.

D "Allora il centro è introvabile"

"Il centro non si può trovare come un mazzo di chiavi. L'ego può essere visto in azione, ma non può morire, perché il pensiero che esista lo tiene in vita. Il centro è senza immagine."

D "Qualche consiglio"?

Il centro non può essere visto e toccato, ma la periferia si. Non tentare di afferrare il centro, ma osserva tutto ciò che sta nella periferia, cioè tutto ciò che si trasforma. Un praticante di arti marziali si muove, eppure è immobile. Le sue azioni provengono dal centro, non è più lui a muoversi, eppure solo il movimento può essere visto. Un musicista attraverso la musica, parla sempre del silenzio. Poiché non può, allora lo fa attraverso la periferia, cioè la musica. La spiritualità, le parole, parlano del centro, ma non potranno MAI essere il centro. Ecco perché tutte le pratiche sono destinate a fallire se tentano di far toccare il centro. La meditazione è un oggetto, proprio come un portamonete. La meditazione va e viene. Lo yoga va e viene. Mia nonna va e viene. La pioggia va e viene. Ogni cosa è li perché indica il centro, ma non potrà mai esserlo. Questo non significa che queste cose non servano. Servono come la musica. Servono come la pittura. Sono lì per ricordare quanto questo "io" non esista, ma non sono li per eliminarlo! Dunque, chi è che si illumina? Chiaramente nessuno.




DIALOGHI: l'ultimo desiderio

"Finché il desiderio di pace non è così forte, ogni minimo rumore mentale può disturbarlo, ogni piccola offesa, fino ad inventarsi modi per sfuggire dalla noia, o creare problemi per ricordarsi di essere qualcuno." 

D "Il mio desiderio di pace è fortissimo, allora perché non la sento"?

"Il desiderio di pace non è ancora la pace. Infine anche il desiderio sparisce. Questa pace non è dei sensi. E' qualcosa che non ha niente a che vedere con ciò che sei, o con ciò che accade. E' la base di ogni emozione, incontro, pensiero e sensazione. Limitati a desiderare la pace con tutto te stesso. Come? Guarda come crei ogni tipo di pretesto per volerti sentire al sicuro, per ottenere sensazioni piacevoli rinunciando all'altra parte di te che nemmeno conosci."

D "Vincere le paure"?

"No. Vederle. E' sufficiente vederle. Non si chiede di cambiare, non si chiede di ottenere, non si chiede di vincere le paure e diventare più coraggiosi. Vinte delle paure se ne creeranno altre. Si chiede, semmai, di vedere come funziona il meccanismo: vederne la ripetitività, vederne le solite trappole, le solite giustificazioni. L'auto osservazione non è una pratica per giungere a qualcosa, ma un semplice constatare. Una volta che hai visto chi sei, non ti importa più il cambiamento o meno. Non sono cose sotto il tuo controllo. Si può giocare con le proprie paure, ma non è questo il punto. Devi imparare a vedere i tuoi limiti. Non tentare di superarli.  Questa pace non può essere trovata cercandola come un oggetto. Lo spazio è la pace. Quello spazio è sempre lì con o senza oggetti. Una volta che conosci lo spazio, allora potrai tornare a mettere tutti gli oggetti che vorrai."