"Desidera così ardentemente la verità, fino a diventarla. Quando sei verità, non puoi più scendere a compromessi con il vecchio mondo che creavi come ovvia risposta della tua paura di essere verità. Allora le perdite non saranno più traumatizzanti, tranne che per la mente che cerca sicurezza, ma funzionali alla maturazione. Scopri come la tua vecchia paura creava un mondo di falsità intorno a te, e come questa manteneva attività, relazioni, professioni, abitudini, magari successi, amicizie, che non ti appartenevano. La paura della solitudine, di rimanere senza lavoro, senza amici, senza allievi, senza maestri, senza partner, senza approvazioni e considerazioni, cede il posto al desiderio di chiarezza, ad ogni costo. Allora le perdite e gli addii non sono verso qualcuno, ma verso parti di te, e un aggiustamento nel quotidiano si rivela."
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lunedì 28 novembre 2016
sabato 19 novembre 2016
DIALOGHI: Aggressività
"Spesso mi vedo aggressivo con gli altri. Ho difficoltà a trattenere certi comportamenti, e mi rendo conto che proprio non riesco ad evitarlo. Hai qualche consiglio?"
"Cambiare il comportamento è solo una questione di immagine. Si cerca di non essere aggressivi con la moglie, ma lo si è con il cane o con l'autista del bus. Si scopre semplicemente che è più facile prendersela con il cane o con l'autista del bus, o magari con il politico che nemmeno può sentirti, piuttosto che con la propria moglie. Sarebbe poco conveniente per il tuo matrimonio.
Non puoi togliere l'emozione che crea aggressività, puoi solo spostarla.
Non ci sono nemmeno motivazioni profonde e nascoste da comprendere. Si diventa disponibili a sentire la propria aggressività non nelle ragioni, ma nei pugni che si stringono, nelle mascelle e al centro tra le sopracciglia. Si guarda la propria aggressività senza giudizio morale, come una rappresentazione teatrale. Ad un certo punto la tua aggressività non ti aggredisce. E' possibile che questa aggressività si riduca gradualmente se sentita nel corpo senza storie. A quel punto le azioni successive diventano possibili: ti iscrivi in un corso di boxe, o magari lasci la moglie. Ma se lasci la moglie credendo che sia lei a causare la tua aggressività, allora lo sarai anche con la prossima. Ti sentirai aggredito perfino da un sorriso. Il cambiamento è possibile solo se c'è chiarezza, altrimenti si cambia solo vestito. Il temperamento di base magari rimane, ma il senso di un'identità che debba cambiare qualcosa si elimina, e si rispetta ciò che risuona."
"Cambiare il comportamento è solo una questione di immagine. Si cerca di non essere aggressivi con la moglie, ma lo si è con il cane o con l'autista del bus. Si scopre semplicemente che è più facile prendersela con il cane o con l'autista del bus, o magari con il politico che nemmeno può sentirti, piuttosto che con la propria moglie. Sarebbe poco conveniente per il tuo matrimonio.
Non puoi togliere l'emozione che crea aggressività, puoi solo spostarla.
Non ci sono nemmeno motivazioni profonde e nascoste da comprendere. Si diventa disponibili a sentire la propria aggressività non nelle ragioni, ma nei pugni che si stringono, nelle mascelle e al centro tra le sopracciglia. Si guarda la propria aggressività senza giudizio morale, come una rappresentazione teatrale. Ad un certo punto la tua aggressività non ti aggredisce. E' possibile che questa aggressività si riduca gradualmente se sentita nel corpo senza storie. A quel punto le azioni successive diventano possibili: ti iscrivi in un corso di boxe, o magari lasci la moglie. Ma se lasci la moglie credendo che sia lei a causare la tua aggressività, allora lo sarai anche con la prossima. Ti sentirai aggredito perfino da un sorriso. Il cambiamento è possibile solo se c'è chiarezza, altrimenti si cambia solo vestito. Il temperamento di base magari rimane, ma il senso di un'identità che debba cambiare qualcosa si elimina, e si rispetta ciò che risuona."
DIALOGHI: Società del fare
"Nella società del FARE chi si ferma è perduto ..
"Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"...
Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
"Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"...
Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
Se nel tuo lavoro fai ciò che va fatto al meglio, poco ma bene, non lavori abbastanza.
Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando.
Se non ti fai sentire, sei disinteressato.
Se non urli, nessuno ti sente.
Se non combatti e competi, sei un perdente.
Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile".
Se non bevi il cibo, sei lento.
Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" ..
Se sei silenzioso e solitario, sei asociale.
Se sei triste, dovresti essere felice.
Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più.
Se non pensi a niente, sei strano ..
Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando.
Se non ti fai sentire, sei disinteressato.
Se non urli, nessuno ti sente.
Se non combatti e competi, sei un perdente.
Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile".
Se non bevi il cibo, sei lento.
Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" ..
Se sei silenzioso e solitario, sei asociale.
Se sei triste, dovresti essere felice.
Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più.
Se non pensi a niente, sei strano ..
C'è sempre qualcosa da FARE per cambiare le cose..
Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Fai, fai, non importa se non c'è tutta la tua anima, se non c'è convinzione, se non c'è cuore, basta che fai, basta che arrivi, basta che produci, basta che concludi.
E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"
E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"
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giovedì 10 novembre 2016
DIALOGHI: Controllo
"Accettare, dunque, di non avere controllo?"
"Non c'è da accettare, non c'è il tempo né il senso. La situazione non ha bisogno del nostro consenso. Un'anziana si fa investire, si ha uno choc, sentire, ascoltare. Non posso impormi di accettare, perché dovrei accettare? Cosa dovrei accettare, trasformare o trascendere? Le gambe si ammollano, viene voglia di svenire, di vomitare. Ognuno reagisce a modo suo. Ciò che mi tocca psicologicamente non l'ho ancora risolto. Questo non significa rinunciare ad una compassione immediata, totale. Non c'è da scegliere se accettare o meno. Quando vediamo un uomo che sta annegando, il primo richiamo è quello di tuffarsi senza pensare e salvarlo. Non si sa niente di lui, non sappiamo nemmeno nuotare, eppure nel nostro istinto avviene questo richiamo spontaneo. Poi è vero, si fanno le valutazioni, ma quelle sono successive. Ritornando all'esempio di prima, si soffre per la donna anziana. Tuttavia la nostra sofferenza non aiuterà la donna, aggiungerà solo altro dolore. Questa sofferenza prolungata ed inopportuna ci impedirà di occuparci della nostra famiglia, del nostro cane, del nostro lavoro. Ad un certo punto, orgoglio, sofferenza, vanità, non sono altro che perdite di tempo e di energia. Ogni idea su di me, e quindi sulla vita, non è altro che un ingombro alla mia efficacia nell'agire. Ciò che non ci serve, se visto, va via al momento giusto. Ma se siamo vanitosi non c'è da accettarlo, è un fatto. Rimanere con ciò che c'è, e non è qualcosa che si può non fare. Ad un certo punto scopriamo che è inutile fare la guerra all'evidenza."
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giovedì 3 novembre 2016
DIALOGHI: Nessuno è sensibile
"Spesso mi sento urtato nella sensibilità. Al di la di ciò che dici, mi ritengo una persona particolarmente sensibile."
"Che significa "io sono una persona sensibile?"
La persona non può essere sensibile, perché cercherà sempre il suo tornaconto emotivo.
E' frequente prendersi per persone sensibili, quando invece si vuole compiacersi della propria fragilità affettiva con retrogusto sentimentalista. Vedersi come persone sensibili è solo un'altra immagine, molto utile nei contesti sociali convenzionali, che vivono nella separazione "io sensibile, tu no, io ferito tu non comprendi..."
La vera sensibilità, se è la verità che cerchiamo, inghiotte la personalità e il concetto stesso di sensibilità. Sensibilità è ascolto. In questo ascolto non può esserci posto per un io sono sensibile. L'io traduce questo ascolto per riportarlo al conosciuto, quindi alla sua convenienza.
In un ascolto senza riferimenti, senza cause, senza etichette, senza bisogno, si scorge la sensibilità che non è di nessuno, se non nel pulsare stesso di quella che chiamiamo vita.
Essere sensibili significa essere vuoti, disponibili, non fragili e romantici. Sentirsi urtati nella "propria" sensibilità è sintomo di mancanza di sensibilità, perché nell'ascolto niente può urtarci se non noi stessi. Quando si oppone resistenza, non si ascolta. Quando ci si sente toccati personalmente, si ascolta questo malessere senza pretendere di essere qualcosa. Non tradurre le tue paure appiccicando etichette, come quella di persona sensibile."
"Che significa "io sono una persona sensibile?"
La persona non può essere sensibile, perché cercherà sempre il suo tornaconto emotivo.
E' frequente prendersi per persone sensibili, quando invece si vuole compiacersi della propria fragilità affettiva con retrogusto sentimentalista. Vedersi come persone sensibili è solo un'altra immagine, molto utile nei contesti sociali convenzionali, che vivono nella separazione "io sensibile, tu no, io ferito tu non comprendi..."
La vera sensibilità, se è la verità che cerchiamo, inghiotte la personalità e il concetto stesso di sensibilità. Sensibilità è ascolto. In questo ascolto non può esserci posto per un io sono sensibile. L'io traduce questo ascolto per riportarlo al conosciuto, quindi alla sua convenienza.
In un ascolto senza riferimenti, senza cause, senza etichette, senza bisogno, si scorge la sensibilità che non è di nessuno, se non nel pulsare stesso di quella che chiamiamo vita.
Essere sensibili significa essere vuoti, disponibili, non fragili e romantici. Sentirsi urtati nella "propria" sensibilità è sintomo di mancanza di sensibilità, perché nell'ascolto niente può urtarci se non noi stessi. Quando si oppone resistenza, non si ascolta. Quando ci si sente toccati personalmente, si ascolta questo malessere senza pretendere di essere qualcosa. Non tradurre le tue paure appiccicando etichette, come quella di persona sensibile."
giovedì 20 ottobre 2016
DIALOGHI: Violenza e criminalità
"Il tuo concetto di non violenza, quello è violento. Il criminale ha un ruolo molto importante, perché ci mostra che non può esserci sicurezza da nessuna parte. Senza furti, le persone inizierebbero ad illudersi di poter realmente possedere qualcosa. La guerra, i crimini, le violenze, sono delle opportunità per rendersi conto che non si possiede nulla, che ogni istante è prezioso. Non solo, ma è la paura a farci vedere realmente chi siamo. Le situazioni più difficili sono quelle che ci mostrano il nostro vero volto. Malattia, vecchiaia, sofferenza fisica, incidenti, sono opportunità per rimettere in discussione le nostre priorità e per rimuovere le nostre illusioni. Non c'è niente di nostro. Si fa il possibile per i propri cari, ma "propri" è solo una parola che si usa per comunicare. Non si hanno dei figli, non si possiede niente e nessuno. Questo non significa che non ci si interessa di loro, o che non si mette benzina nell'automobile, o che non si spolvera casa propria. Gestire le proprie risorse non è credere di possedere qualcosa."
DIALOGHI: Meditazione e agitazione
"Quando sono agitato medito ..."
L'agitazione è la tua meditazione, se scavalchi l'agitazione con la meditazione, chiamala fuga. Meditare non si fa, non è un'attività. Si rispetta il momento, l'emozione con cui ti trovi. Se piove, piove. Non puoi stabilire quando la pioggia finirà. Assaporala, non perdere l'occasione. Se non sei tranquillo, perché cerchi di esserlo? L'agitazione indica che hai qualcosa da controllare, come un'intenzione, un progetto. Se sei nell'aspettativa, sei agitato. Nel presente non puoi essere agitato.
Cosa causa l'agitazione se non una forma di megalomania? di pretesa?
"Perché di pretesa?"
Nel momento è impossibile sapere in futuro cosa è meglio per me e per chi mi sta intorno. L'agitazione è causata da questo, dall'idea di poter sapere in anticipo cosa accadrà, cosa fare, cosa non fare. In realtà l'agitazione non ti agita, mentre il tentativo di non essere agitato ti rende agitato. Dunque farai delle pratiche, andrai da certi maestri, leggerai alcuni libri, e sarai sempre più agitato.
L'agitazione è la tua meditazione, se scavalchi l'agitazione con la meditazione, chiamala fuga. Meditare non si fa, non è un'attività. Si rispetta il momento, l'emozione con cui ti trovi. Se piove, piove. Non puoi stabilire quando la pioggia finirà. Assaporala, non perdere l'occasione. Se non sei tranquillo, perché cerchi di esserlo? L'agitazione indica che hai qualcosa da controllare, come un'intenzione, un progetto. Se sei nell'aspettativa, sei agitato. Nel presente non puoi essere agitato.
Cosa causa l'agitazione se non una forma di megalomania? di pretesa?
"Perché di pretesa?"
Nel momento è impossibile sapere in futuro cosa è meglio per me e per chi mi sta intorno. L'agitazione è causata da questo, dall'idea di poter sapere in anticipo cosa accadrà, cosa fare, cosa non fare. In realtà l'agitazione non ti agita, mentre il tentativo di non essere agitato ti rende agitato. Dunque farai delle pratiche, andrai da certi maestri, leggerai alcuni libri, e sarai sempre più agitato.
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DIALOGHI: Sentire è pericoloso
"Guardare, ascoltare, toccare, è troppo pericoloso, perché distruggerebbe la continuità del pensiero. Noi ci limitiamo ad appiccicare etichette in ciò che percepiamo, per confermare le nostre sicurezze di conoscere. Le nostre mani, il nostro gatto, il mondo, l'automobile, il cemento, gli altri, sono tutte idee su cui proiettiamo una sicurezza. Perdere il riferimento, l'immagine, significa perdere di conseguenza il modo in cui percepiamo noi stessi. Senza sapere con cosa entriamo in contatto, non sappiamo più chi siamo. Ogni discorso spirituale, dunque, se non parte da questa sincera messa in discussione, è una presunzione. Vogliamo capire senza sacrificare. Vogliamo aggiungere senza togliere. Dunque iniziamo a guardare il cemento abbastanza a lungo da toccare per la prima volta la paura di non sapere cosa stiamo guardando. Mettiamo da parte le nostre conoscenze, torniamo alle basi."
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giovedì 21 luglio 2016
DIALOGHI: Paura di invecchiare e rimpianti
R "Invecchiare non è un problema. Il vero punto è non vivere."
D "Cosa intendi per "non vivere"?
R "Rimandare, aspettare, sperare, sognare, proiettare..."
D "...Sognare?"
R "Il creativo sogna, ma non ha necessità che quei sogni si avverino. Il sogno per il creativo è già reale nel momento in cui è immaginato, mentre per la maggior parte il sogno è sintomo di sofferenza, perché si inseguono delle immagini. Normalmente si teme ciò che si immagina (come Dio), tranne che per i veri artisti."
D "Per rimandare intendi affrettarsi a fare ciò che si vorrebbe?"
R "In un certo senso si, almeno come primo indizio, soprattutto se è funzionale a comprendere che questo momento è tutto ciò che, in questo momento, puoi avere. Ciò che avviene è uno spostamento delle priorità: ora l'istante prende colore, mentre passato e futuro non vengono scartati, ma bensì riassorbiti dall'istante. Ciò significa che tutti questi momenti esistono solo ora. Per dirla in un'altro modo, l'ansia e la paura su come doveva andare o su come andrà svaniscono. Il rimpianto non dipende tanto da come si sperava che andasse, ma dal credere che potesse essere andata diversamente, e questo è impossibile. Si sente di non vivere quando l'istante non è spremuto a dovere, quando non si gioisce delle piccole cose. Nel momento in cui l'immaginazione copre totalmente le sensazioni, i colori, le emozioni di questo momento, allora accade che per metà della nostra vita ci spostiamo nel futuro, e per l'altra metà nel passato. Nessun anziano che abbia vissuto pienamente ha motivo di voler tornare indietro. Il bisogno di ringiovanire è dato dal non aver vissuto, e il non aver vissuto non dipende tanto dagli oggetti di piacere che si inseguono, o dai sogni, ma dal non saper cogliere il gusto delle piccole cose. C'è molta gente che ha viaggiato molto eppure si sente ancora infelice, e vorrebbe tornare indietro. Quindi la soddisfazione che dipende da una pretesa non è mai armonica, ma sempre tesa ad afferrare qualcosa che sfugge."
D "Cosa intendi per "non vivere"?
R "Rimandare, aspettare, sperare, sognare, proiettare..."
D "...Sognare?"
R "Il creativo sogna, ma non ha necessità che quei sogni si avverino. Il sogno per il creativo è già reale nel momento in cui è immaginato, mentre per la maggior parte il sogno è sintomo di sofferenza, perché si inseguono delle immagini. Normalmente si teme ciò che si immagina (come Dio), tranne che per i veri artisti."
D "Per rimandare intendi affrettarsi a fare ciò che si vorrebbe?"
R "In un certo senso si, almeno come primo indizio, soprattutto se è funzionale a comprendere che questo momento è tutto ciò che, in questo momento, puoi avere. Ciò che avviene è uno spostamento delle priorità: ora l'istante prende colore, mentre passato e futuro non vengono scartati, ma bensì riassorbiti dall'istante. Ciò significa che tutti questi momenti esistono solo ora. Per dirla in un'altro modo, l'ansia e la paura su come doveva andare o su come andrà svaniscono. Il rimpianto non dipende tanto da come si sperava che andasse, ma dal credere che potesse essere andata diversamente, e questo è impossibile. Si sente di non vivere quando l'istante non è spremuto a dovere, quando non si gioisce delle piccole cose. Nel momento in cui l'immaginazione copre totalmente le sensazioni, i colori, le emozioni di questo momento, allora accade che per metà della nostra vita ci spostiamo nel futuro, e per l'altra metà nel passato. Nessun anziano che abbia vissuto pienamente ha motivo di voler tornare indietro. Il bisogno di ringiovanire è dato dal non aver vissuto, e il non aver vissuto non dipende tanto dagli oggetti di piacere che si inseguono, o dai sogni, ma dal non saper cogliere il gusto delle piccole cose. C'è molta gente che ha viaggiato molto eppure si sente ancora infelice, e vorrebbe tornare indietro. Quindi la soddisfazione che dipende da una pretesa non è mai armonica, ma sempre tesa ad afferrare qualcosa che sfugge."
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sabato 30 aprile 2016
DIALOGHI: Amore e contraddizioni
"Ti innamori di chi ti fa sentire meno solo, ti chi esalta i tuoi lati migliori, di chi ti tiene in considerazione. Hai bisogno di sentirti al centro nella mente e nel cuore di qualcuno. Desideri sapere se ti pensa, se sei la prima persona che gli viene in mente ogni mattina. C'è un lato romantico in tutto questo, ma anche, e soprattutto, disfunzionale, malato, perverso. E' una forma di fissazione e di masochismo psicologico. Cerchi in questo modo di mostrarti più bello/a, più intelligente, più forte, e poi ti affatichi a mantenere solida quell'immagine. Molto presto inizieranno i giochi di potere che ben conosciamo, e che facciamo sempre finta che siano normali."
- "Perché non ci si rende conto di questo stato disfunzionale"?
"E' un problema di origine culturale. La frase "ti amo", ad esempio, non si dice in tutte le parti del mondo, e non significa la stessa cosa. La mente viene condizionata fin da subito a trovare il completamento nell'altro, con tutti i contro del caso. L'altro diventa l'immagine su cui scaricare eventualmente tutte le proprie mancanze. Poiché è insopportabile la presenza di sé stessi, si cerca qualcuno un po' ingenuo su cui appoggiarsi per poter diminuire quel disagio, e costringerti a non guardarti mai dentro. E' sempre dell'altro la colpa o la responsabilità di renderci felici. La parola amore è troppo abusata, troppo ricorrente, un po' come quella di rispetto e di fiducia. Sono armi che l'ego usa per farsi strada, e sono armi accettate da tutti coloro che portano una maschera. Poiché la maggioranza porta la maschera, chi è senza diventa il problema. In un ospedale vedi così tanta gente che sta male che prima o poi, se lo frequenti a lungo, non ci farai nemmeno più caso."
- "Ma l'amore di per sé, può avere un significato più profondo?"
"Si, ma l'uso di questa parola non è necessario. Nel percorso interiore, una delle pratiche più difficili ed interessanti, potrebbe essere quella di eliminare dal proprio vocabolario parole come "amore, rispetto, gelosia, fiducia, fede, ...." Vedrai come, senza questi scudi, l'ego si sentirà in difficoltà. Senza queste giustificazioni facili e alla portata di mano, sentirai che dovrai rivedere le stesse basi su cui l'io si nutre."
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venerdì 18 marzo 2016
DIALOGHI: La noia
- Cos'è la noia?
Una forma di mancanza di creatività. In qualsiasi situazione ti trovi puoi creare, perfino se sei sdraiato su un letto di un'ospedale immobile puoi creare: fantasie e storie, sentire il dolore, ascoltare senza commentare mentalmente, andare dentro di te.
Quando smetti di pretendere che questo istante sia diverso, allora anziché cercare di scavalcarlo, lo espandi. Non ti cerchi da qualche altra parte. Da quel punto crei, immagini, giochi."
Quando smetti di pretendere che questo istante sia diverso, allora anziché cercare di scavalcarlo, lo espandi. Non ti cerchi da qualche altra parte. Da quel punto crei, immagini, giochi."
- E' questo senso di vuoto ... una sorta di apatia. Non lo sento come positivo, non mi fa star bene. Non è propriamente noia.
In assenza di stimoli ti senti pian piano scomparire. L'ego per sopravvivere ha bisogno di rivedersi in qualcosa: in un'obiettivo, in una nuova speranza, in un domani, nelle storie di ieri, nel cammino ed evoluzione spirituale, in qualcosa da fare. Quando si è insieme a qualcuno si sente il bisogno di parlare, di raccontarsi storie. Si riempono i silenzi di ogni sorta di idiozia pur di continuare a percepirsi. Questa è la vera noia, ascoltare certi discorsi vuoti. Se senti immobilità e passività, una carenza di entusiasmo, allora è una possibilità. Approfitta di questa sensazione per lasciarti scomparire. Non sempre si ha la capacità di farlo all'interno di situazioni dinamiche, con diversi stimoli intorno. Lasciati quindi scivolare in quella che chiami noia e apatia, e non cercare per forza qualcosa da fare. Prova ogni tanto a stare fermo, e non fare nulla. Ascolta, guarda. C'è una sorta di magia quando tutto rallenta, è il silenzio da cui ogni forma di attività si presenta. Quell'attività che utilizzi per fuggire dall'evidenza dell'istante, per sentirti "vivo". Hai bisogno di una relazione per sentirti coinvolto? di un passatempo? di rumore e chiacchiere intorno a te? Queste cose potrai apprezzarle solo dopo, adesso sono solo forme di compensazione. Smetterai così di utilizzare gli altri per riempire quel vuoto che ti inseguirà come un'ombra finché non ti fermi"
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domenica 28 febbraio 2016
DIALOGHI: Fiducia e domande varie
"D - Che significa fidarsi?
Il nostro concetto di fiducia è nel futuro. Sembra una minaccia: mi fido di te. Ovviamente si tratta di un'attesa, ancora una volta un mascherare la paura. Fiducia, nel modo convenzionale di definirla, è affidarsi ad una speranza.
D - E nel modo sano? Più profondo?
E' vedere le cose come sono, non come vorrei che siano. Non ci si affida ad una speranza, dunque non c'è delusione. Fiducia è sentire una risonanza con tutto, non sentirsi isolati. Mi fido quando so che ogni cosa che mi accade è la cosa giusta, perché non c'è alternativa.
D - Posso solo fidarmi di me stesso
Neanche. Non sai come reagirai quando tua moglie farà un complimento al suo collega. Non sai come affronteresti una perdita, una malattia. Non sai cosa dirai tra qualche secondo, perché ciò che dirai è influenzato dalla situazione, ad esempio da ciò che sto dicendo io adesso. Non sai come gestiresti l'emozione di vincere alla lotteria, o quali saranno i tuoi primi passi. Non puoi scegliere di inciampare o meno.[...] La fiducia che riponi in te stesso è un'enorme illusione, così come il credere in te stesso. Fidandoti di te stesso cerchi un modello strategico comportamentale per evitare di soffrire: non puoi evitarlo. [...] Al contrario devi integrarlo. Se lo integri, ti accorgi che non c'è nessun "te stesso". L'istante decide chi sei, non tu. La vita è sempre di qualche secondo in anticipo rispetto alla mente.
D - Chi sono io?
D - C'è qualcosa che posso fare per accelerare una comprensione?"
"Fai sempre tante cose, forse troppe, e le fai sempre molto velocemente. Prenditi una pausa invece. Respira, rilassati. Ciò che fai non potrà mai minimamente intaccare ciò che sei, quindi tranquillizzati.
D - "Perché l'uomo si complica la vita"?
"Perché una vita semplice ti costringe ad avere dei momenti di pausa, chiamati banalmente "noia", e questi risultano insopportabili perché rivelano la mancanza di attività compensatorie. Ciò non significa che bisogna star fermi fisicamente: si può avere una vita molto attiva, ma nello stesso tempo molto sveglia interiormente. Il dinamismo è solo periferico."
D - "E la mente?
"La mente fa anch'essa parte della periferia. Un pensiero è un'oggetto, così come lo è la bottiglia sul tuo tavolo. Tutto ciò che può andare e venire, fa parte del dinamismo. Ricercare una meta spirituale nel divenire, infatti è un controsenso. "
D - "Esiste una meta nel percorso interiore? Una libertà definitiva?"
"Per chi? In un momento c'è ansia perché aspetti la telefonata di tua figlia che non arriva. L'attimo dopo il tuo cane scodinzola perché ti chiede di uscire, ed esci con lui. Il pensiero va ancora a tua figlia mentre sei fuori. Ti squilla il cellulare e ti senti sollevato, ma non è lei, è un'altra persona, e ti innervosisci ancora di più. C'è nervosismo, c'è ansia. Poi finalmente arriva la telefonata, e c'è gioia. E' passata solo mezz'ora e già qualcosa ha sperimentato una moltitudine di emozioni differenti."
D -"Ma a qualcuno appaiono questi stati, a me"?
"C'è ascolto. Il linguaggio non deve portarci in errore. Nessuna appropriazione, nessun me e nessun te. Sono simboli, suoni, parole. C'è solo ascolto. Pensieri, sensazioni ed emozioni. Dov'è l'io in questo processo? Dov'è il liberato? Liberato da cosa se c'è un istante alla volta? Ora c'è tristezza, poi torna la paura, poi un periodo di distensione. Per chi? Chi lo stabilisce? Vedere questo è parte del processo stesso."
D - "Dunque cosa cambia da una persona "normale"?
"La persona "normale" crede di avere potere. Posso fare questo, posso dire quello, posso scegliere quest'altro, posso liberarmi da questo. Tutta la spiritualità ipocrita e romantica, oggi, mira a questo. Realizza te stesso, crea la tua realtà, definisci cosa non vuoi. Non è che l'ennesimo, forse l'ultimo, tentativo di manipolare qualcosa. Vista l'impotenza, è la fine dell'ego. Quindi devi attraversare molte delusioni per metterti solo in ascolto.
D - "Sento di non star vivendo pienamente ..."
"Si, e succede solo per un motivo. Non per qualcosa che dovresti fare e non fai. Succede solo quando pretendi che domani sarà meglio. Oggi piove, aspetto il sole. Oggi non esco, aspetterò domani che uscirò. Oggi è una giornata noiosa, domani andrà meglio. Sono solo, conoscerò qualcuno che mi renderà felice. Sono fidanzato, vorrei lasciarmi ed essere libero. Magari va anche come ti aspetti, ma manchi la possibilità di vedere che oggi c'è una pienezza, una bellezza che non chiede. I bambini molto piccoli lo sanno. Non è per mancanza di stimoli che la vita è vuota, ma perché ha bisogno di stimoli continuamente, come una droga, e prima o poi questi stimoli si appiattiscono ed esauriscono. Chiedi alle persone molto ricche. Il rischio è che non fai in tempo a vederlo, che già sei morto."
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sabato 14 aprile 2012
Malinconia non è tristezza parte 1
ricordo l'uscita del libro: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/miscellanea/liberarsi-dentro-pintaudi.html
La distinzione tra malinconia e tristezza, è un po’ come quella tra isolamento e solitudine, cioè passare da un livello di sofferenza ad uno di insofferenza consapevole potremmo dire, di inquietudine, ma senza sperimentare la sofferenza propria della tristezza depressiva.
Non è una sofferenza che fa male, anzi, in questo “male”
si avverte una piacevole sensazione profonda e diluita. E’ lo stesso motivo che
ci spinge ad ascoltare una canzone malinconica o vedere un film commovente,
senza entrare troppo nel merito della soggettività che non posso certo
affrontare qui. Di sicuro il fruitore di
un’esperienza malinconica, un’opera d’arte, una canzone, un dipinto, un film o
una poesia, se si trova in un livello superficiale di sé (alla ricerca di sole emozioni positive), percepirà
tristezza rifiutando l’emozione. Bollerà l'opera come triste e la scarterà. Il superficiale non è in grado di accedere ad altri livelli emotivi più profondi, sta infatti in superficie: bloccato nei concetti e nelle teorie, nel giusto e nello sbagliato, nel bello e nel brutto. Il superficiale ama o odia, di solito un solo tipo di emozione grossolana, incapace di provare altri "livelli" perché lui stesso si chiude in un concetto e idea di se stesso, con un pizzico di vanto.
Il malinconico scende nella profondità del suo sentimento senza rifiutarlo,
perché è parte integrante del centro, mentre il triste, perché annoiato,
depresso o pauroso, non può accedere a questo “livello” perché non ha un
centro. Poiché le sue emozioni interiori dipendono da stimoli esterni (soggetti,
oggetti, situazioni, circostanze, avvenimenti) ed interni (pensieri,
preoccupazioni, ansie, desideri, fastidi) non conosce altro ... non può! Tuttavia la
tristezza, potremmo dire poeticamente o metaforicamente parlando, dell’anima, è malinconia. Chi
non è in contatto con questa dimensione la rifiuta, perché ha timore del vuoto
che crea. Ed ecco che ha paura di rimanere solo, perché se la sua felicità
dipende dagli altri e dalle loro attenzioni, la solitudine diventa isolamento,
generando l’egoismo che viene oggi abilmente definito gelosia.
La mia definizione personale di malinconia, potrebbe essere la seguente: essa è un'emozione profonda di accettazione e la
consapevolezza dello stato di solitudine inevitabile in cui ogni uomo si trova. Non c’è ne paura ne giudizio in questo, solo una presa
di coscienza che permette, guarda caso, di gioire sia in compagnia sia da soli,
senza dipendere da nessuno.
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