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giovedì 22 dicembre 2016

DIALOGHI: Essere e apparire

"Indossiamo vestiti.
Il vestito dell'uomo innamorato, il vestito della donna spirituale, il vestito della persona per bene e onesta, il vestito del dentista, il vestito dello yogī, il vestito del cristiano.Pensiamo che avere un figlio è essere padre, una laurea essere dentista, farsi il segno della croce essere cristiano, avere una buona elasticità essere uno yogī, conoscere il pensiero dei filosofi essere un filosofo, fare la carità essere caritatevoli.Niente di tutto questo fa di noi qualcosa del genere, finché non siamo disposti a dimenticarci di essere questo e quello e di essere fatti in un certo modo.Il concetto principale da sradicare è "io". Tutto il resto si poggia su questo concetto solido e lo perpetua. Niente di ciò che facciamo ha un qualche valore se è un aggiunta a questo concetto solido principale.Ricreare un'immagine di noi stessi ogni volta che approcciamo a qualcuno o qualcosa, è un disastro. Non ci permette MAI di entrare a contatto con nulla. Riconosciamo, vediamo, sperimentiamo che siamo NIENTE, e poi forse da lì è possibile fare una famiglia, avere figli, praticare yoga e andare in Chiesa."





martedì 22 novembre 2016

DIALOGHI: Dire ciò che si pensa




"La paura degli altri mi blocca, sopratutto in campo professionale."

"Non dire ciò che si pensa è più faticoso di dirlo.

Il corpo sente l'impulso, e questo viene bloccato. 
Questo perché abbiamo imparato a tradirci ed essere premiati per questo. 
Ad un certo punto una forma di maturità porta ad una domanda: è più importante la propria salute, o mantenere sempre alto il livello di considerazione positiva nei nostri confronti? 
Ed ecco che la rabbia, la reazione, la parola, l'azione, diventa totale, pura, senza psicologia. Diversamente sarà solo un accumulo.
Questa maturità modifica la realtà, o meglio, costringe il mondo a ripagare il coraggio di essere se stessi."




sabato 19 novembre 2016

DIALOGHI: Società del fare

"Nella società del FARE chi si ferma è perduto ..
"Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"...
Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
Se nel tuo lavoro fai ciò che va fatto al meglio, poco ma bene, non lavori abbastanza.
Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando.
Se non ti fai sentire, sei disinteressato.
Se non urli, nessuno ti sente.
Se non combatti e competi, sei un perdente.
Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile".
Se non bevi il cibo, sei lento.
Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" ..
Se sei silenzioso e solitario, sei asociale.
Se sei triste, dovresti essere felice.
Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più.
Se non pensi a niente, sei strano ..
C'è sempre qualcosa da FARE per cambiare le cose..
Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Fai, fai, non importa se non c'è tutta la tua anima, se non c'è convinzione, se non c'è cuore, basta che fai, basta che arrivi, basta che produci, basta che concludi.
E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"


sabato 12 novembre 2016

DIALOGHI: Chi crea?



"Creare la propria realtà è possibile. Quando manifesto un pensiero con una certa energia, poi di solito si avvera ..."

"Ciò che si avvera non è il tuo pensiero, ma il presentimento. Quello che chiami "tuo" pensiero, nasce in risposta ad un presentimento. L'atmosfera cambia, un po' come quando senti a distanza che un'amico si è fatto male, sta per piovere, in quel luogo tornerai, quella persona si rifarà sentire ...
Non c'è merito personale in questo, è un ingenuo errore di valutazione. Senti il cane, magari lo sogni, dopo due settimane un'amica ti presenta un cucciolo che non può tenere. Pensi di averlo creato, ma in realtà hai solo presentito. Nessun potere, quando si vive intensamente il presente il futuro è chiaro, è adesso. Il dualismo tra me, il pensiero creatore e l'oggetto creato, è una visione molto parziale. Un po' come credere che esista una Madonna che fa i miracoli. Il miracolo magari avviene, ma la Madonna è un'immagine. Non c'è separazione tra me e l'oggetto del desiderio, tra me il famoso Dio. Anche prendersi per Dio è un'errore. Per fortuna la vita è più saggia, sa sempre di cosa abbiamo bisogno, e non sempre ciò che ci accade è ciò che vorremmo, per fortuna. Immagina un potere enorme nelle mani di un bambino capriccioso. Solo con il senno di poi realizziamo che ciò che è accaduto era scientificamente inevitabile, ed era l'unico modo che avevamo per maturare. Noi non possiamo sapere cosa è meglio per noi, perché il "me" non può cercare che la sua sicurezza fisica e equilibrio ideologico. Se potessimo davvero creare la realtà, sarebbe un disastro! Per fortuna la realtà è già perfetta com'è, e noi non possiamo essere separati da questa. Inoltre non creiamo niente, è già tutto a disposizione."

"E allora chi crea?"

"Perché cerchi di sentirti meglio mentalmente? Non puoi lasciare tutto com'è? misterioso, aperto, indefinibile? Lo fai per paura di non poter controllare, di non avere potere su questo. E' sufficiente guardare il proprio passato, e osservare che vedi tante immagini. Nessuna causa, nessun effetto. Nessun prima, nessun dopo. Nessun me, nessun lui, nessun mondo. Vedi delle immagini, in quelle immagini rivedi tante "te" all'interno di un contesto. Puoi separare quelle "te" dal contesto? Puoi dire che il tuo pensiero, in un dato momento, sia nato spontaneamente? No. Per il semplice motivo che non c'è distanza tra te, l'evento e il pensiero. E' un tutt'uno, un unico blocco di realtà, un unico quadro che non può essere diverso di un millimetro da com'è. E' perfetto, indiscutibile, inopinabile. Le tue azioni sono scaturite in reazione a qualcos'altro, sempre. E' sperimentalmente osservabile, nulla di romanticamente spirituale."





 

domenica 6 novembre 2016

DIALOGHI: Sincerità

"Riconoscere che non si vuole sincerità.
La verità ci costringe ad un capovolgimento interiore. 
Un cane morde un'altro cane, è sincero. La sua azione è totale, non c'è qualcosa che avrebbe dovuto fare e non ha fatto, non c'è residuo psicologico. E' accaduto, c'è azione. L'attimo dopo i due cani potrebbero tornare a scodinzolare. 
Un bambino piange, si arrabbia, urla, è sincero.
Da adulti impariamo a mentire, innanzi tutto a noi stessi. Vorremmo dire qualcosa, ma lo diciamo in un'altro modo. Poiché ci auto censuriamo, temiamo che gli altri lo facciano costantemente con noi. Poiché vediamo solo il lato esteriore, la forma, non possiamo andare in profondità, e ci sentiamo costantemente giudicati, offesi, urtati.
Nella sincerità nessuno ci urta, nessuno ci giudica. Siamo sempre noi stessi che, con il nostro rumore interiore, pretendiamo che l'altro possa urtarci.
Chi si sente giudicato, giudica."




giovedì 3 novembre 2016

DIALOGHI: Nessuno è sensibile

"Spesso mi sento urtato nella sensibilità. Al di la di ciò che dici, mi ritengo una persona particolarmente sensibile."

"Che significa "io sono una persona sensibile?"
La persona non può essere sensibile, perché cercherà sempre il suo tornaconto emotivo.
E' frequente prendersi per persone sensibili, quando invece si vuole compiacersi della propria fragilità affettiva con retrogusto sentimentalista. Vedersi come persone sensibili è solo un'altra immagine, molto utile nei contesti sociali convenzionali, che vivono nella separazione "io sensibile, tu no, io ferito tu non comprendi..."
La vera sensibilità, se è la verità che cerchiamo, inghiotte la personalità e il concetto stesso di sensibilità. Sensibilità è ascolto. In questo ascolto non può esserci posto per un io sono sensibile. L'io traduce questo ascolto per riportarlo al conosciuto, quindi alla sua convenienza.
In un ascolto senza riferimenti, senza cause, senza etichette, senza bisogno, si scorge la sensibilità che non è di nessuno, se non nel pulsare stesso di quella che chiamiamo vita.
Essere sensibili significa essere vuoti, disponibili, non fragili e romantici. Sentirsi urtati nella "propria" sensibilità è sintomo di mancanza di sensibilità, perché nell'ascolto niente può urtarci se non noi stessi. Quando si oppone resistenza, non si ascolta. Quando ci si sente toccati personalmente, si ascolta questo malessere senza pretendere di essere qualcosa. Non tradurre le tue paure appiccicando etichette, come quella di persona sensibile."




lunedì 10 ottobre 2016

DIALOGHI: Non puoi osservare

"Non riesco ad interrompere la storia che ho nella mente ..."

"Non puoi. Se sei certo che sia una storia, fatta di speranze, idee, proiezioni, ricordi, non ti serve interromperla. Se hai bisogno di spegnere interrompendo il film che stai guardando, è perché forse credi che sia reale. Sei così coinvolto che non hai il coraggio di vedere come andrà a finire, hai troppa paura delle immagini. Il pensiero, l'emozione, l'azione, seguono il loro naturale flusso. Anche il tentativo di interrompere la storia, fa parte della storia."

"Posso solo osservare ..."

"Non sei tu che osservi. Quando si dice "osservare", si crede di poter fare un passo indietro, lasciar andare, lasciarsi fluire, ecc. Il personaggio che interpreti non può osservare. E' costantemente chiamato ad intervenire, non può che reagire. Non c'è qualcuno che osserva, sono solo parole che, se prese alla lettera, creano ulteriore confusione. Non sei presente, non osservi, non mediti. Tu sei coinvolto nella tua storia, non puoi che esserlo. Provi emozioni, hai paura, reagisci. Come potresti diversamente? Accetta questo fatto, riconoscilo. Poi scoprirai che chi osserva non sei tu, e non può essere trovato. Sei libero quando smetti di volerti liberare.


martedì 20 settembre 2016

DIALOGHI: Ascoltare

"Come si impara ad ascoltare?"

"Si vede come costantemente siamo in procinto di afferrare qualcosa. Mentre parliamo abbiamo bisogno di giungere ad una conclusione, quando incontriamo qualcuno dobbiamo farlo rientrare dentro una categoria, mentre parliamo cerchiamo di convincere e convincerci. Finché la nostra priorità è diretta ai concetti, le teorie, le idee e opinioni, non ascolteremo mai. Il vero ascolto è la scomparsa dell'immagine soggetto - oggetto. Ascoltare significa non direzionare l'attenzione in un contesto particolare, perché ascolto è apertura assoluta, non concentrazione. Si è ascolto, l'ascolto non si impara. In questa disponibilità la parola giusta emerge, non dalla conoscenza, ma da una fonte silenziosa e limpida, che non pretende. Nessun consiglio è possibile, per esempio, all'interno dell'interesse personale. Se non si familiarizza con il silenzio, origine di ogni forma, la comunicazione sarà sempre superficiale e tesa ad afferrare qualcosa e respingere qualcos'altro."



sabato 13 agosto 2016

DIALOGHI: Traumi del passato

D - "Come comportarsi con i traumi del passato?"

"Tutto ciò che è inutile cade da solo senza dargli attenzione. Il trauma non è passato, ma presente. Il problema è adesso, e non è necessario cercarlo nel passato. Quando la priorità non viene più data alla storia che lega il trauma all'oggetto in questione (il papà, il cane nero, lo schiaffo del compagno di scuola, la violenza sessuale subita ..), può finalmente essere sentito nel corpo senza psicologia. Dove si colloca il trauma? Che colore ha? Che forma ha? Come si muove? Lasciarlo espandere a livello fisico togliendo la storia di cui l'io si serve per mantenerlo. Prima o poi, con questo approccio, il trauma andrà via da sé. Finché servirà, allora dovrà restare."


giovedì 7 luglio 2016

DIALOGHI: Accettare di non accettare

[ ... ] "Certe situazioni sono inaccettabili ..."

"Accettiamo non in modo fatalistico, ma quando siamo posti di fronte all'evidenza di un fatto, per quanto sia negativo. Una resa, a tutti gli effetti. Anche se sembra che tu lotti, reagisci e ti scontri con ciò che non vuoi che accada, in realtà la resistenza è solo apparente. E' faticoso star dietro i perché, per come, i se, per colpa di chi, ecc.
Perfino constatare che c'è rifiuto, è una forma di accettazione. Accettare in fondo è un’altra forma di immaginazione, non si accetta, si constata ciò che avviene.
Stare con il non voler stare, è già la resa. Non puoi accettare ciò che crea costrizione e disagio, ma puoi constatare che non accetti , rimanendo dentro quel disagio. Quando c'è fiducia nel fatto che non potrai mai essere nell'errore, e nemmeno conservare orgoglio per aver conquistato qualcosa, tutto continua a seguire il suo flusso senza che tu crei ostacoli. Perfino l’apparente ostacolo fa parte del movimento. L’idea della scelta sbagliata, come di quella giusta, sono fantasie del pensiero."

"Alcune scelte del mio passato si sono rivelate sbagliate .."

"Esiste una sola realtà, ed è quella che stai vivendo. Le cose non possono essere andate diversamente. Riposa nell'evidente certezza che nella vita non c'è spazio ne per i sé, ne per i ma. Solo la mente può condurre immaginazioni fuori da ciò che accade. Questa non è filosofia, è l'evidenza. Ciò che fai o che non fai, è proprio ciò che fai o che non fai. Motivo per cui, se guardi indietro allo ieri, ad un'ora fa, ad un minuto fa, lo svolgersi dei fatti è ciò che non può essere mutato. Stai piano piano descrivendo un percorso, che non può essere diverso da quello che è. Non c'è spazio né per i sensi di colpa, ne per l'orgoglio. Poiché non puoi conoscere in anticipo le conseguenze di una scelta, nessuna decisione è giusta o sbagliata. Nessun errore, nessuna giusta decisione. C'è solo ciò che accade. Il resto è una sega mentale, che rende la visione alterata.
Riposa nella certezza che nulla, in fondo, può toccarti davvero in questa periferia di esperienze. Ne sei fuori, perché non hai scelta. Quindi, contro cosa lotti? Cosa c'è che non va, anche quando qualcosa sembra non andare? Nulla, perché tutto è come deve essere ... altrimenti non sarebbe accaduto. E' semplice, ma tremendamente spaventoso.
Libero dall'idea stessa di libertà che, paradossalmente, imprigiona."

"Osho faceva una differenza tra attività e azione [...,]"

[ ... ] Allora da lì sei libero, di agire o non agire, perché sai che non dipende da te e che l'errore non può esistere. Ti apri perfino se ricevi una batosta emotiva, qualcosa ti ferisce, qualche sogno si infrange. Non puoi che dire sì, il no non è ammesso. Non puoi dire sì in forma positiva, puoi solo constatare che le cose sono come sono. Dentro il disagio, l'apertura."


giovedì 2 giugno 2016

DIALOGHI: Sucidio




"Che ne pensi del suicidio? Alcuni non ce la fanno a reggere questi pesi psicologici. Il suicidio lo vedi come un'atto di codardia?"

"Bisogna accettare che alcuni non ce la fanno, ma voglio vedere il tema in un'ottica più ampia.
Suicidio non è solo il gesto estremo fisico.
Si sceglie di suicidarsi quando si scende a compromessi sacrificando la propria individualità, il proprio sentire, la spinta profonda. Quando si prende un impegno, si fa una promessa, anche se questa finisce con il travolgere un disagio di fondo che si decide di tappare, di nascondere, di sorvolare. Il suicidio inizia da quì, mettendosi da soli le catene, e questo potrebbe portare ad un suicidio fisico in futuro. Ci si suicida quando l'identificazione con qualcosa è totale: se sono un architetto, quando perdo il lavoro, mi sentirò morire. Se sono un marito, quando perderò la moglie mi sentirò morire. Quando ci crediamo il ruolo che svogliamo, allora una volta perso penseremo al suicidio.
Si suicida lentamente colui che ha deciso di voltare le spalle alla verità, seguendo le bugie. Queste sono rappresentate dalla priorità delle convenzioni, dei doveri, degli sforzi per raggiungere obiettivi che non si sentono, dal tentativo di rendere felice gli altri a discapito di se stessi, dal dimenticarsi della propria natura. Il suicidio inizia da qui."



domenica 20 marzo 2016

DIALOGHI: Solo ciò che c'è

"Non è possibile farsi piacere ciò che non piace ..."

"Devi costantemente occupare la scena in qualche modo, questo è il punto. Cerchi sempre riscontro nelle situazioni, positivo o negativo che sia, vuoi prenderne qualcosa. Il costante bisogno di afferrare, se non con il corpo, con gli occhi, è ciò che ti fa dire questo. A volte è sufficiente occupare lo spazio senza necessariamente esprimere giudizi: sei chiuso nel traffico, fine. Sei annoiato, fine. Sei confuso, fine. Sei triste, fine. Nessun commentatore, nessun giudizio. La tua confusione non ti confonde, la tua tristezza non ti rattrista, la tua rabbia non ti innervosisce. Il bisogno costante di metterci un "io" causa questi problemi. A volte è sufficiente ascoltare gli altri, anche se stanno antipatici al tuo ego. A volte basta star seduti e guardare, senza necessariamente sperare di voler essere da un'altra parte. A volte, così, nella vita è bello essere dove si è ed essere come si è. Se questo non è ancora possibile, nessun problema. La vita è ciò in ciò che hai, non ciò che vorresti avere. L'amore è in chi hai davanti, non in un oggetto di immaginazione e desiderio."


mercoledì 16 marzo 2016

DIALOGHI: Essere non è un'esperienza

R "Quando ti permetti di essere, allora non ti urta ciò che si discosta dall'idea di chi o cosa vorresti diventare. Se vuoi essere spirituale o apparire tranquillo, ti urta la tua rabbia e la tua paura. Se vuoi essere amato, ti urta quando il controllo sull'altro si affievolisce. Quando vuoi essere rispettato, ogni cosa che incontri ti manca di rispetto. Quando la smetti di voler essere diverso da come sei, un profondo e umile movimento psicologico avviene: ti permetti di essere."

D "Parli per esperienza o per teoria"?

R "Quale esperienza? Ogni esperienza va e viene. Cosa intendi dire, se so cosa dico? So cosa dico, ma in nessun modo posso dimostrarlo e nemmeno ha valenza. Non ci sono prove, non ci sono diplomi. La prova è un sentire che dipende da te. Ad ogni modo ti interessano le mie parole, non la mia esperienza."

D "Qualcosa è accaduto"

R "No, ti sbagli. Quando va via la nebbia tutto rimane lì com'era anche prima"

D "Si ma la nebbia è andata via"

R "Potrebbe tornare"

D "E non hai paura che accada"?

R "No. Forse la differenza ora è solo questa"

D "Non hai perso la tua umanità"?

R "Al contrario, non mi sono sentito mai così umano. Ora mi arrabbio di più, piango di più, gesticolo di più, gioco di più, urlo di più, corro di più.

D "Eppure i maestri sembrano così posati ..."

R "Non ci sono maestri. Non ci sono geni. Non ci sono persone evolute. Dipende dal complesso di inferiorità di chi li guarda. Quando guardi le cose così come sono, nessuno ha qualcosa in più o in meno. Il carattere del corpo/mente può variare, ma non è detto che lo faccia. In base all'energia che si ha, ci si può inasprire o addolcire. Ma questo non ha alcuna importanza, perché capire cosa non sei, fa perdere attrattiva nei confronti del corpo/mente, che si può esprimere con meno restrizioni sociali o morali."

D "Quindi ti emozioni ancora"

R "Di più, perché non ho paura delle mie emozioni. Vedi, si ha paura di tutto questo perché si crede di rinunciare alla propria fragilità, sensibilità, umanità. E' il contrario. Dobbiamo ammettere che ci rifuggiamo nello spirituale per non essere più umani, per paura di essere banalmente umani. Cerchiamo uno strumento per garantirci felicità assoluta, amore e gioia. Si prenderà una grande cantonata. Tendenzialmente non si fa che dire no al proprio femminile, al proprio intuito, al proprio pianto, alla propria rabbia, al proprio lato bambino. E' come guardare un film. Tu sai di non essere il protagonista, eppure non puoi che emozionarti alla vista del film. Quando guardi il film, il distacco tra te e il film non ti impedisce di emozionarti, non ti impedisce di aver paura, non ti impedisce di sperare. Eppure il distacco c'è, e quel distacco, profondamente, ti fa sentire al sicuro. Temi, ma sai che è un film, e che una volta finita ti alzerai dalla poltrona e tornerai a casa. Mi spiace, non riesco a spiegarlo meglio di così."




sabato 27 febbraio 2016

DIALOGHI: Centro e Periferia

D "Esiste un centro?"

"In ogni cosa esiste un centro"

D "Qual'è il nostro"? Si può trovare un punto immobile"?

"L'io non è il centro, ma la periferia. Quello che tu definisci "te stesso", si muove nel mondo, o almeno così sembra. Parla, cambia idea, si contraddice, cerca, ha esperienze. Il centro è ciò che osserva anche questo io. L'osservazione non si fa, perché altrimenti è l'io che osserva se stesso, e lo farà sempre da un punto di vista parziale, che gli conviene o meno.

D "Allora il centro è introvabile"

"Il centro non si può trovare come un mazzo di chiavi. L'ego può essere visto in azione, ma non può morire, perché il pensiero che esista lo tiene in vita. Il centro è senza immagine."

D "Qualche consiglio"?

Il centro non può essere visto e toccato, ma la periferia si. Non tentare di afferrare il centro, ma osserva tutto ciò che sta nella periferia, cioè tutto ciò che si trasforma. Un praticante di arti marziali si muove, eppure è immobile. Le sue azioni provengono dal centro, non è più lui a muoversi, eppure solo il movimento può essere visto. Un musicista attraverso la musica, parla sempre del silenzio. Poiché non può, allora lo fa attraverso la periferia, cioè la musica. La spiritualità, le parole, parlano del centro, ma non potranno MAI essere il centro. Ecco perché tutte le pratiche sono destinate a fallire se tentano di far toccare il centro. La meditazione è un oggetto, proprio come un portamonete. La meditazione va e viene. Lo yoga va e viene. Mia nonna va e viene. La pioggia va e viene. Ogni cosa è li perché indica il centro, ma non potrà mai esserlo. Questo non significa che queste cose non servano. Servono come la musica. Servono come la pittura. Sono lì per ricordare quanto questo "io" non esista, ma non sono li per eliminarlo! Dunque, chi è che si illumina? Chiaramente nessuno.




mercoledì 21 novembre 2012

Psicologia dell'horror






PREMESSA: PAURA, O PAURA DELLA PAURA?

Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé. 





Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror. 
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione. 




Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?

Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.





Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.

Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.






Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.





Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa. 
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.

HORROR O SPLATTER?




Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.





L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici. 
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi. 
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti. 





Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo. 
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui. 
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.



PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA


Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.





La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura. 
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti. 






Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore. 
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata. 





Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti. 

TRASCENDERE LA PAURA

E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva. 
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)





Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono. 
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo. 
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".