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sabato 17 dicembre 2016

DIALOGHI: La vita non ha bisogno di te

"Accettare qualcosa è romanticismo. La situazione, l'istante, è scientificamente inevitabile. Non c'è spazio per qualcuno che debba accettare o meno. Non c'è il tempo né lo spazio, ma solo azione. La situazione, la vita, il momento, non ha bisogno della nostra approvazione. Si fa fronte a ciò che si presenta, senza commenti. Se ci sono dei commenti, l'istante ha presto questa forma. Si parla di accettazione quando non si accetta che il controllo è un'illusione"


"Secondo te siamo liberi di scegliere se reagire o agire? O non c'è nessuna libertà di scelta?"


"Ogni azione è una reazione. Non esiste un'azione scollegata che si possa definire personale, se osservi attentamente il tuo quotidiano."


Anche se si è "risvegliati"?


Non si è risvegliati! Si è quello che si è.
Essere risvegliati è essere, ed essere è senza etichette o diplomi.


Grazie delle risposte anche se non riesco a concepire di essere senza libertà di scelta se è questo quello che hai detto.


Non lo devi concepire o non concepire, ma osservare. 
Guarda bene quelli che definisci tuoi pensieri, azioni, emozioni, e cerca di trovare dove pensi di avere il controllo.
Ad esempio questa conversazione: hai scelto delle risposte da dare o sono state conseguenza anche delle mie? Puoi scegliere che pensiero avere prima di percepirlo? Puoi stabilire se avere lo stimolo per fare pipì? Puoi stabilire prima come ti sentirai se tua moglie ti lascerà? Il tuo passato può essere stato diverso di un millimetro? 
Si osserva scientificamente tutto questo.
La libertà è anche un concetto romantico. La libertà è adesso, ed è slegata dalla situazione. Si è liberi di non dover essere liberi. Per quello che credi di essere, cioè una persona che ha delle scelte, non sarai mai libero. Si è libertà, non liberi. 
Non esiste alcuna libertà se non nell'istante. Voler essere liberi da qualcosa, è paura di vivere. Volersi liberare è imprigionarsi.


"Sono libero di osservare o non osservare, di essere consapevole o di non esserlo? almeno questo concedimelo "


"Vedi, la paura di non essere libero è proprio ciò che ti imprigiona.
Stiamo appiccicando parole per coprire il dato di fatto che si ha paura. L'unica cosa che dico è di stare onestamente con quella paura, senza cercare di coprirla con un'idea di risveglio, di essere se stessi, di essere liberi o consapevoli. 
C'è paura, è un fatto.
Stai con quella paura, sentila, ascoltala"


"ho capito, lo farò! anzi lo sarò"



"Certo che lo farai, non hai scelta ;D "




sabato 3 dicembre 2016

DIALOGHI: Follia nascosta


"La tensione è solo ben nascosta. Basta toccare una persona per farla mettere sulla difensiva o farla piangere. In circostanze abituali, quando tutto va bene, questa follia rimane nascosta. Solo in situazioni realmente difficili ed impreviste si vede il vero volto di qualcuno. E' semplice prendersi per spirituali ed iniziati finché la situazione lo consente. Poi si perde il lavoro, mia moglie mi lascia, muore il mio cane, e dico "no" alla vita. Posso soffrire, soffrirò sicuramente, ma contemporaneamente ringrazio la vita. Ringrazio per avermi donato questo ricordo, questi momenti, queste gioie e questi dolori.
Diversamente siamo bravi, generosi, pacifici, finché la situazione lo permette."

sabato 19 novembre 2016

DIALOGHI: Aggressività

"Spesso mi vedo aggressivo con gli altri. Ho difficoltà a trattenere certi comportamenti, e mi rendo conto che proprio non riesco ad evitarlo. Hai qualche consiglio?"

"Cambiare il comportamento è solo una questione di immagine. Si cerca di non essere aggressivi con la moglie, ma lo si è con il cane o con l'autista del bus. Si scopre semplicemente che è più facile prendersela con il cane o con l'autista del bus, o magari con il politico che nemmeno può sentirti, piuttosto che con la propria moglie. Sarebbe poco conveniente per il tuo matrimonio.
Non puoi togliere l'emozione che crea aggressività, puoi solo spostarla.
Non ci sono nemmeno motivazioni profonde e nascoste da comprendere. Si diventa disponibili a sentire la propria aggressività non nelle ragioni, ma nei pugni che si stringono, nelle mascelle e al centro tra le sopracciglia. Si guarda la propria aggressività senza giudizio morale, come una rappresentazione teatrale. Ad un certo punto la tua aggressività non ti aggredisce. E' possibile che questa aggressività si riduca gradualmente se sentita nel corpo senza storie. A quel punto le azioni successive diventano possibili: ti iscrivi in un corso di boxe, o magari lasci la moglie. Ma se lasci la moglie credendo che sia lei a causare la tua aggressività, allora lo sarai anche con la prossima. Ti sentirai aggredito perfino da un sorriso. Il cambiamento è possibile solo se c'è chiarezza, altrimenti si cambia solo vestito. Il temperamento di base magari rimane, ma il senso di un'identità che debba cambiare qualcosa si elimina, e si rispetta ciò che risuona."




giovedì 10 novembre 2016

DIALOGHI: Controllo




"Si ha paura di ciò che non si può controllare. Finché posso raccontarmi che ho sognato mentre dormivo, la paura è rimandata. Quando dico a me stesso che Dio è buono, che sono una persona per bene, o che merito una punizione, che mi sento in colpa, che sono codardo, rimando sempre il contatto con la paura. Qualsiasi storia posso raccontarmi va bene, anche la più terribile, ma non sia mai che rimango senza un qualcosa che dia un senso alla mia esistenza. Potrei scoprire che non ho controllo su niente, nemmeno sui miei pensieri, su quelli che dico essere i "miei" pensieri. Ho bisogno di poter credere, di poter controllare qualcosa, gestire, trasformare. Il terrore che mi metterebbe di fronte a questo dato di fatto, mi porta a cercare sempre qualcosa a cui credere, qualcosa per cui o contro cui combattere, a cui aggrapparmi, su cui sperare. Poca differenza fa se si tratta di mia moglie, del mio cane, del mio guru, della mia anima, del mio libro, del mio prossimo figlio o l'illuminazione che mi aspetta. Per questo la gente è pronta a fare la guerra o a farsi saltare in aria per difendere un'immagine. Fa meno paura farsi ammazzare piuttosto che rimanere senza un motivo per cui esistere."

"Accettare, dunque, di non avere controllo?"

"Non c'è da accettare, non c'è il tempo né il senso. La situazione non ha bisogno del nostro consenso. Un'anziana si fa investire, si ha uno choc, sentire, ascoltare. Non posso impormi di accettare, perché dovrei accettare? Cosa dovrei accettare, trasformare o trascendere? Le gambe si ammollano, viene voglia di svenire, di vomitare. Ognuno reagisce a modo suo. Ciò che mi tocca psicologicamente non l'ho ancora risolto. Questo non significa rinunciare ad una compassione immediata, totale. Non c'è da scegliere se accettare o meno. Quando vediamo un uomo che sta annegando, il primo richiamo è quello di tuffarsi senza pensare e salvarlo. Non si sa niente di lui, non sappiamo nemmeno nuotare, eppure nel nostro istinto avviene questo richiamo spontaneo. Poi è vero, si fanno le valutazioni, ma quelle sono successive. Ritornando all'esempio di prima, si soffre per la donna anziana. Tuttavia la nostra sofferenza non aiuterà la donna, aggiungerà solo altro dolore. Questa sofferenza prolungata ed inopportuna ci impedirà di occuparci della nostra famiglia, del nostro cane, del nostro lavoro. Ad un certo punto, orgoglio, sofferenza, vanità, non sono altro che perdite di tempo e di energia. Ogni idea su di me, e quindi sulla vita, non è altro che un ingombro alla mia efficacia nell'agire. Ciò che non ci serve, se visto, va via al momento giusto. Ma se siamo vanitosi non c'è da accettarlo, è un fatto. Rimanere con ciò che c'è, e non è qualcosa che si può non fare. Ad un certo punto scopriamo che è inutile fare la guerra all'evidenza."

martedì 25 ottobre 2016

DIALOGHI: Pretendere di aver paura


"Nessuna paura viene dalla situazione, ma è la situazione che mi mostra che vivo nella paura.
Rimuovere o risolvere la situazione mi darà un sollievo temporaneo, ma prima o poi la paura originale sarà trasposta in qualche altra cosa."

D "E come rimuovo la paura originale?"

"Smettendo di pretendere di aver paura del cane, della mamma e della guerra. Quando mi rendo disponibile a non voler risolvere la paura della situazione, rimango solo senza giustificazioni. Smettendo di immaginare di aver paura di qualcosa in particolare, smetto anche di volerla risolvere, e faccio fronte a ciò che si presenta senza commenti. In quell'apertura posso finalmente agire precisamente senza affettività."

giovedì 20 ottobre 2016

DIALOGHI: Meditazione e agitazione

"Quando sono agitato medito ..."

L'agitazione è la tua meditazione, se scavalchi l'agitazione con la meditazione, chiamala fuga. Meditare non si fa, non è un'attività. Si rispetta il momento, l'emozione con cui ti trovi. Se piove, piove. Non puoi stabilire quando la pioggia finirà. Assaporala, non perdere l'occasione. Se non sei tranquillo, perché cerchi di esserlo? L'agitazione indica che hai qualcosa da controllare, come un'intenzione, un progetto. Se sei nell'aspettativa, sei agitato. Nel presente non puoi essere agitato.
Cosa causa l'agitazione se non una forma di megalomania? di pretesa?

"Perché di pretesa?"

Nel momento è impossibile sapere in futuro cosa è meglio per me e per chi mi sta intorno. L'agitazione è causata da questo, dall'idea di poter sapere in anticipo cosa accadrà, cosa fare, cosa non fare. In realtà l'agitazione non ti agita, mentre il tentativo di non essere agitato ti rende agitato. Dunque farai delle pratiche, andrai da certi maestri, leggerai alcuni libri, e sarai sempre più agitato.



mercoledì 19 ottobre 2016

DIALOGHI: Paura come espressione della tranquillità



Cosa fare della paura?

Non si fa niente, si sente.
Ricevi un colpo, subisci un torto, vieni deriso, domani devi affrontare un esame, si rimane con l'eco nel corpo.
Non importa se è la mamma, il vicino, l'amante, la fine del mondo, perché ciò che conta è il sangue che bolle, la respirazione affannata, il calore dei colpi.
Si rimane mentalmente incastrati nelle ragioni, nei motivi, perché non si vuole sentire. L'esplorazione sensoriale è possibile solo mettendo da parte cause, responsabilità e conseguenze. Poco alla volta si realizza che la paura è anch'essa espressione della tranquillità.

In che senso?

Un pittore può esprimere l'emozione della paura sul suo quadro, senza aver paura. Se avesse paura non riuscirebbe a tenere fermo il pennello. Un pittore sente la paura come elemento del silenzio. Allo stesso modo un chirurgo non potrebbe operare se coinvolto affettivamente. La paura psicologica è un ingombro, mentre quella istintiva è di aiuto. Non ci si libera dalla paura come non ci si taglia un braccio solo perché si prova del dolore al gomito. Si vive con tutto questo, in modo intelligente.

martedì 11 ottobre 2016

DIALOGHI: Paura della libertà


"Quello che da esseri umani cerchiamo è la libertà ..."

"Non è vero che vogliamo essere liberi. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare, come farla, cosa pensare, a cosa credere, a chi votare, dove andare. La donna della propria vita, il Dio buono, l'uomo perfetto, il lavoro fisso, l'immortalità, il paradiso perfetto ... solo altre gabbie, solo false sicurezze.
Siamo terrorizzati dall'idea di non essere pensati, considerati, amati, abbiamo bisogno di incatenare emotivamente qualcuno.
Come bambini, alla ricerca di conferme, ideologie, concetti fissi, soluzioni definitive e logiche.
La vita non ha libretti di istruzione, e per quanto ci si prepara alla fine lo schiaffo inatteso arriva per tutti. .
Senza direzione dovrebbe nascere creatività, gioco, entusiasmo, e invece nasce paura. Un'evento negativo, una pausa forzata, dovrebbe indurre a riflessione, a introspezione, a ricostruzione, a rinascita, a riorchestrazione ... e invece piangiamo come bambini che hanno perso il loro giocattolo.
Dovrebbe essere il noto, il conosciuto, l'abitudinario a spaventarci, e invece parliamo di cambiamento e libertà quando invece vogliamo solo una nuova gabbia.
Non vogliamo essere liberi.
Libertà non è scegliere dentro quale gabbia entrare."


giovedì 8 settembre 2016

DIALOGHI: Paura di non aver paura

"Posso eliminare le mie paure?"

"Non esistono paure. Ogni paura legata ad un oggetto, persona, situazione, è solo il riflesso della paura più grande: quella di smettere di avere paura.
Voler eliminare le paure è un'illusione dell'ego. Eliminata una paura su un oggetto, la si sposterà su un altro oggetto. La paura non si elimina. Si comprende come abbiamo bisogno di aver paura di qualcuno o qualcosa per continuare a sentire che esistiamo in contrapposizione, in esclusività, in giustificazione. L'io, l'ego, può esistere solo in relazione a qualcosa. Dunque si parla di salute e di cibo sano quando si ha paura della malattia. Si parla della morte quando si ha paura della vita. Si crea ogni espediente per continuare ad aver paura di qualcosa: le scie chimiche, gli alieni, l'ego, il Diavolo, papà, mamma, il cane nero, la malattia ...
Ora non chiedermi come si esce da tutto questo. La richiesta indica ancora un desiderio di risolvere qualcosa che invece va solamente ascoltato."


martedì 6 settembre 2016

DIALOGHI: Essere felici è pericoloso

“Perché si ha paura di essere felici? Mi sembra un controsenso..”

"Essere felici è pericoloso, perché presuppone un sacrificio.
Esiste una parte di noi che si è abituata ad una infelicità cronica, ma poiché è il conosciuto, il noto, allora si potrebbe anche scambiare per una sorta di soddisfacente accomodamento.
La felicità, quella vera, non può arrivare se non attraverso il sacrificio di quelle strutture note, dunque
ti porta via tutto ciò che hai sempre avuto e tutto ciò che sei sempre stato. Distrugge le tue certezze e i tuoi appigli.
Se sei infelice, esisti. Se sei felice, non esisti. L’infelicità ti rende speciale. La felicità non ha niente di speciale. La felicità è naturalezza, spontaneità, e questo non ha niente di particolare.
L’infelicità, invece, ti rende capace di attrarre l’attenzione degli altri: ti cercano, si prendono cura di te, ti amano, ti rispettano, perché nessuno vuole ferire una persona infelice. Se vuoi essere famoso su facebook è sufficiente che, quotidianamente, racconti dei tuoi problemi. Riceverai molte attenzioni. L’infelicità è un grande investimento, mentre chi è realmente felice non piace a nessuno, perché è un’offesa all’ego altrui.  Dunque l’infelicità è qualcosa di noto, di sicuro, ti permette di attrarre l’attenzione e di rimanere all’interno di quelle strutture ripetitive a cui ti sei affezionato, e inoltre ti fa sentire parte della collettività. In qualche modo quando racconti della tua felicità agli altri, questi cercheranno di incasellarla perché è pericoloso anche per loro. Il pensiero cerca di impadronirsi di quella felicità e renderla nota, diversamente sarebbe troppo rischioso.  Quando si è felici ci si sente in colpa, non ci si permette questo lusso, e dunque si tenta di zippare tutto all’interno della propria cartella “conosciuto”.

“Pericoloso per cosa?”


Per la storia personale, per l’attaccamento ai propri problemi, per l’obiettivo fisso che abbiamo in mente, per le nostre sofferenze. Se sei felice di cosa parli, cosa racconti agli altri? La vera felicità è senza una ragione, quindi cosa dirai? L’infelicità ci permette di continuare a parlare a noi stessi e agli altri, ad esistere, mentre con la felicità non fai più parte del mondo e del tempo che la mente umana ha creato. Quando sei felice il tempo scompare.

“Dunque non si dovrebbe aiutare la gente infelice?”

Questo è un altro discorso, puoi aiutare solo se sei felice, altrimenti hai bisogno di loro per confermare la tua infelicità. Non vi state aiutando, vi state consolando, è completamente diverso.  Puoi fare uscire di prigione qualcuno soltanto se ne sei fuori. Si cerca di aiutare qualcuno quando si è infelici, perché in questo modo sposti il focus su qualcun altro mentendo a te stesso. Chi è felice è di aiuto perché il suo stesso essere è ascolto, e quando ascolti senza pretendere che le cose siano diverse, in automatico aiuti senza intenzione tutto ciò che ti circonda . Puoi aiutare chi vuoi, ma senza dargli l’impressione che l’infelicità sia qualcosa di meritorio."


sabato 20 agosto 2016

DIALOGHI: Cambiamento e indecisione

D "Puoi parlarmi dell'indecisione e del cambiamento?"

"L'indecisione non va risolta con una scelta, va compresa. Indica una mancanza di risonanza e di richiamo. Ciò che si vuole non consente dubbi. Quando qualcosa o qualcuno richiama profondamente, non c'è indecisione, c'è azione. L'indecisione indica una mancanza di risonanza.
Allora la domanda è: cosa si vuole?
La vera domanda però è un'altra: prima di sapere cosa vuoi, sai chi sei?
Riconoscere che la persona è solo una forma di abitudine, e non desidera il cambiamento, perché esso implica la cancellazione di questa auto-idea del "me".
Normalmente si cercano dei cambiamenti futili: cambio fidanzato, cambio taglio dei capelli, cambio automobile, cambio religione, cambio città."

D "Alcuni di questi non sembrano futili."

"Puoi cambiare città ma rimanere lo stesso, trascinandoti le tue proiezioni, paure, abitudini, false sicurezze. Non è l'oggetto del cambiamento a determinare una vera trasformazione. Il vero cambiamento cancella il vecchio, non si somma ad esso. Inoltre il vero cambiamento è verticale, non è legato al tempo e alle circostanze. Avviene in profondità, e la sua forza modifica anche gli eventi. L'errore è cercare un cambiamento del genere, come nella spiritualità del desiderare e dell'attrarre. Nessuna persona vuole un reale cambiamento, perché questo implica l'abbandono dell'idea stessa di persona. La mente può solo volere un cambiamento in relazione a ciò che conosce, dunque prende il passato e, modificandolo, lo proietta nel futuro. Ogni obiettivo, speranza, desiderio sarà sempre della parte informatica del pensiero, quella che proietta un mondo che già conosce e in cui si sente al sicuro.
Non si sceglie di cambiare, quella è la mente che cerca sicurezza, non felicità. Un cambiamento importante è presentito in lontananza attraverso l'incontro con una persona, la visita in un luogo... l'atmosfera cambia. Questo presentimento trascina un senso di paura, perché indica qualcosa che non è legata al conosciuto. E' un cambiamento che si avverte come inevitabile, simile ad una piccola morte, perché tutta la struttura mentale dell'io è messa a rischio. Non si pretende nemmeno di muoversi senza paura, perché questa si fa sentire più forte, ed è il segno che il cambiamento è rilevante. Ci si muove, dunque, nonostante la paura. L'elemento paura è segno che il cambiamento è già in atto. La persona vorrebbe cambiare, ma solo a partire dal conosciuto, e questo non è un vero cambiamento. Quando si ha il coraggio di mettere in discussione la propria auto-idea, allora si è disponibili ad un cambiamento che inglobi anche le false sicurezze.
Il messaggio quindi è: nessuno può e vuole cambiare. Il cambiamento è parte di un processo più grande, fuori dal controllo personale. L'indecisione indica un'assenza di vero richiamo. I cambiamenti che spaventano di più sono, infatti, quelli più interiormente significativi.
In un'ottica più ampia, senza interpretazione personale, ciò che cambia è inevitabile che lo faccia.


lunedì 6 giugno 2016

DIALOGHI: Credere?

D - "Tu a cosa credi?"

"Credo in Dio, credo in te, credo nello scopo finale, credo nella scienza, credo nell'amore, credo in me stesso ... sono tutte idee striminzite. 
Credere è come avere delle stampelle e immaginare che siano necessarie."

D - "Credere può dare una speranza"

"Sperare è inutile, non ti permette di vivere. Sperare è immaginare, ma a differenza dei visionari che giocano con il loro mondo di immaginazione, come i bambini, l'adulto medio ne è spaventato. E' terrorizzato da ciò in cui crede, perché teme che senza queste stampelle cadrebbe. Chi butta le stampelle una volta per tutte, non vuole più usarle. Posso prima credere in una religione e poi in un'altra, o prima credere in Dio e poi credere nella scienza, o magari prima credo in te, poi mi deludi, e credo solo in me. Poi credo in una visione spirituale, e poi in un'altra. Prima credo in un sistema politico, e poi cambio. Prima credo nel caso e poi nelle coincidenze. L'apertura non ci trova se continuiamo a cercare un equilibrio ideologico. Sto solo continuando a cambiare le stampelle. Credere è come immaginare di avere una malattia quando in realtà si sta bene. Si ha bisogno di sentirsi malati per paura di affrontare la vita completamente aperti, senza scudi del genere. "


giovedì 10 marzo 2016

DIALOGHI: Cambiare lavoro

"Una situazione può farmi stare a disagio ...

"No. La resistenza alla situazione ti fa stare a disagio."



"Dipende dal mio lavoro. Faccio un lavoro che non mi piace .."

"Gli attori di teatro non si lamentano delle loro parti, ma recitano i loro ruoli al meglio, sapendo che questi sono solo temporanei. Puoi cambiare lavoro solo una volta che avrai trovato tutto ciò che di buono quello attuale può darti. Altrimenti appena cambierai lavoro inizierai di nuovo a fare i capricci."





DIALOGHI: Paura

"Tutti noi abbiamo paura di qualcosa. Di cosa hai paura tu?"

"Pensare alla paura evidenzia un bisogno di trovare qualche antagonista esterno, in modo da poterci identificare. Che senso ha la tua domanda? In questo momento di cosa dovrei avere paura?"

"In generale ..."

"Non esiste in generale. E' filosofia. La paura è un sentire, e dipende dalla situazione. L'istante me lo dice, non il mio pensiero. Se credo di aver paura dei ragni, allora la mia diventa una storia, e a noi piace nutrirci di storie per evitare il vero contatto con la paura. La paura di cui parli tu è la paura della morte, cioè la paura della vita. Si vive con questa paura, e poiché deve trovare una direzione, la si proietta su qualcosa: il cane che mi ha morso, il papà che mi ha picchiato, il vicino che mi ha guardato male. La verità è ciò che si nasconde dietro questo bisogno di dare un volto alla nostra paura. Se scaviamo, troveremo sempre la stessa paura originale, cioè quella di non poter esistere senza la paura stessa. L'unica paura che esiste, è il terrore di rimanere senza paure, cioè senza un io che deve lottare per risolvere qualcosa".

"Mi capita spesso di pensare alla mia situazione di vita ed essere infelice .."

"Capitano dei momenti senza pensare a questo, senza futuro. Dei momenti in cui sei talmente senza via d'uscita, senza soluzioni, che ti siedi e basta. Non ne vuoi sapere, nemmeno delle soluzioni. Se la tua infelicità è veramente totale, allora questi momenti di assenza di soluzione capiteranno spesso, in cui non potrai fare altro che sprofondare nella tristezza. Una tristezza senza rifiuto, senza risoluzione, senza fuga, diventa malinconia, e la malinconia diventa presto pace. Una pace in cui non vuoi niente, perché il fatto stesso di volere ti fa ripiombare nella frustrazione. Ti accorgi presto che più che essere interessato ad una soluzione alla tua infelicità, non riuscivi a stare con quella sensazione. Non era la soluzione "esteriore" il vero punto della questione, ma il non permettere alla paura di entrare a livello fisico, scivolare nel sangue ed entrare nelle ossa. In quella pace è possibile che qualche intuizione ti dia una direzione che non avevi nemmeno immaginato, perché tutti i pensieri che avevi fino a quel momento si concentravano solo in una circonferenza ristretta. Talvolta capita che qualcuno riceve una brutta notizia o fa un incidente, e questo lo costringe a rivedere le sue priorità. L'incidente, anche se duro, ti mostra la pretesa di concentrarti sul tuo misero problema, sul tuo concetto di infelicità."





domenica 28 febbraio 2016

DIALOGHI: Prigione e Libertà

"Perché ci sentiamo imprigionati?"

"Perché ci spaventa non la prigione, ma la libertà. La libertà non la vogliamo, perché abbiamo bisogno che qualcuno ci dica cosa fare, oppure ci imponiamo un modello di comportamento, una strategia psicologia per non affrontare questo aspetto che non vogliamo vedere. E’ una vita rinchiusa da sbarre invisibili. Perfino in un sogno futuro cerchiamo una via di attenuazione del disagio di non essere niente, di “non sapere”. Il non sapere ci terrorizza a tal punto che, quando accade qualcosa, o lo rifiutiamo o lo tratteniamo. Eppure il non sapere è l’essenza di tutto. Quando smetto di raccontarmi storie sull’emozione che sto vivendo, questa mi lascia in fretta. [ ... ] E’ libera di entrare e di andare. Noi invece tendiamo ad analizzare tutto, cercare soluzioni e strategie. L’emozione, anche se negativa, ha una sua assoluta poeticità. La violenza che facciamo alle emozioni è il volerle razionalizzare, cercandoci in qualche nuova forma comportamentale. Diciamo che vogliamo una vita piena di emozioni, e invece non è vero affatto; vogliamo una vita solo con quegli entusiasmi, negando la bellezza della profondità di un’emozione originale, un silenzio cuore di ogni movimento. Una vita che cerca il piacere e rifugge il dolore, è una vita piatta! Questa è la vera noia! [ ... ] "