"Desidera così ardentemente la verità, fino a diventarla. Quando sei verità, non puoi più scendere a compromessi con il vecchio mondo che creavi come ovvia risposta della tua paura di essere verità. Allora le perdite non saranno più traumatizzanti, tranne che per la mente che cerca sicurezza, ma funzionali alla maturazione. Scopri come la tua vecchia paura creava un mondo di falsità intorno a te, e come questa manteneva attività, relazioni, professioni, abitudini, magari successi, amicizie, che non ti appartenevano. La paura della solitudine, di rimanere senza lavoro, senza amici, senza allievi, senza maestri, senza partner, senza approvazioni e considerazioni, cede il posto al desiderio di chiarezza, ad ogni costo. Allora le perdite e gli addii non sono verso qualcuno, ma verso parti di te, e un aggiustamento nel quotidiano si rivela."
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lunedì 28 novembre 2016
mercoledì 23 novembre 2016
DIALOGHI: Non violenza è violenza
La vera violenza inizia quando pretendo che il mio corpo debba essere diverso, la mia mente pura e silenziosa, le mie azioni buone e giuste, il mio carattere sensibile e altruista. Questo si traspone in tutto il resto: mia moglie non deve pensarla in quel modo, il mio cane dovrebbe abbaiare di meno, mio figlio dovrebbe prendere sempre voti al di sopra del sette e mezzo, e il ladro non dovrebbe rubare.
Non si vuol vedere come la violenza è vita, e dunque si ha paura della vita. Essa è violenza fisiologica, la natura stessa è violenza. La situazione mi presenta costantemente ciò che rifiuto in me quando rifiuto la situazione. Ogni occasione è preziosa per vedere quanto siamo violenti contro la violenza. Le intenzioni di pace, di fratellanza, di giustizia, sono l'inizio di ogni guerra."
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sabato 19 novembre 2016
DIALOGHI: Società del fare
"Nella società del FARE chi si ferma è perduto ..
"Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"...
Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
"Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"...
Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
Se nel tuo lavoro fai ciò che va fatto al meglio, poco ma bene, non lavori abbastanza.
Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando.
Se non ti fai sentire, sei disinteressato.
Se non urli, nessuno ti sente.
Se non combatti e competi, sei un perdente.
Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile".
Se non bevi il cibo, sei lento.
Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" ..
Se sei silenzioso e solitario, sei asociale.
Se sei triste, dovresti essere felice.
Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più.
Se non pensi a niente, sei strano ..
Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando.
Se non ti fai sentire, sei disinteressato.
Se non urli, nessuno ti sente.
Se non combatti e competi, sei un perdente.
Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile".
Se non bevi il cibo, sei lento.
Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" ..
Se sei silenzioso e solitario, sei asociale.
Se sei triste, dovresti essere felice.
Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più.
Se non pensi a niente, sei strano ..
C'è sempre qualcosa da FARE per cambiare le cose..
Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Fai, fai, non importa se non c'è tutta la tua anima, se non c'è convinzione, se non c'è cuore, basta che fai, basta che arrivi, basta che produci, basta che concludi.
E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"
E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"
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sabato 12 novembre 2016
DIALOGHI: Chi crea?
"Ciò che si avvera non è il tuo pensiero, ma il presentimento. Quello che chiami "tuo" pensiero, nasce in risposta ad un presentimento. L'atmosfera cambia, un po' come quando senti a distanza che un'amico si è fatto male, sta per piovere, in quel luogo tornerai, quella persona si rifarà sentire ...
Non c'è merito personale in questo, è un ingenuo errore di valutazione. Senti il cane, magari lo sogni, dopo due settimane un'amica ti presenta un cucciolo che non può tenere. Pensi di averlo creato, ma in realtà hai solo presentito. Nessun potere, quando si vive intensamente il presente il futuro è chiaro, è adesso. Il dualismo tra me, il pensiero creatore e l'oggetto creato, è una visione molto parziale. Un po' come credere che esista una Madonna che fa i miracoli. Il miracolo magari avviene, ma la Madonna è un'immagine. Non c'è separazione tra me e l'oggetto del desiderio, tra me il famoso Dio. Anche prendersi per Dio è un'errore. Per fortuna la vita è più saggia, sa sempre di cosa abbiamo bisogno, e non sempre ciò che ci accade è ciò che vorremmo, per fortuna. Immagina un potere enorme nelle mani di un bambino capriccioso. Solo con il senno di poi realizziamo che ciò che è accaduto era scientificamente inevitabile, ed era l'unico modo che avevamo per maturare. Noi non possiamo sapere cosa è meglio per noi, perché il "me" non può cercare che la sua sicurezza fisica e equilibrio ideologico. Se potessimo davvero creare la realtà, sarebbe un disastro! Per fortuna la realtà è già perfetta com'è, e noi non possiamo essere separati da questa. Inoltre non creiamo niente, è già tutto a disposizione."
"E allora chi crea?"
"Perché cerchi di sentirti meglio mentalmente? Non puoi lasciare tutto com'è? misterioso, aperto, indefinibile? Lo fai per paura di non poter controllare, di non avere potere su questo. E' sufficiente guardare il proprio passato, e osservare che vedi tante immagini. Nessuna causa, nessun effetto. Nessun prima, nessun dopo. Nessun me, nessun lui, nessun mondo. Vedi delle immagini, in quelle immagini rivedi tante "te" all'interno di un contesto. Puoi separare quelle "te" dal contesto? Puoi dire che il tuo pensiero, in un dato momento, sia nato spontaneamente? No. Per il semplice motivo che non c'è distanza tra te, l'evento e il pensiero. E' un tutt'uno, un unico blocco di realtà, un unico quadro che non può essere diverso di un millimetro da com'è. E' perfetto, indiscutibile, inopinabile. Le tue azioni sono scaturite in reazione a qualcos'altro, sempre. E' sperimentalmente osservabile, nulla di romanticamente spirituale."
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giovedì 10 novembre 2016
DIALOGHI: Controllo
"Accettare, dunque, di non avere controllo?"
"Non c'è da accettare, non c'è il tempo né il senso. La situazione non ha bisogno del nostro consenso. Un'anziana si fa investire, si ha uno choc, sentire, ascoltare. Non posso impormi di accettare, perché dovrei accettare? Cosa dovrei accettare, trasformare o trascendere? Le gambe si ammollano, viene voglia di svenire, di vomitare. Ognuno reagisce a modo suo. Ciò che mi tocca psicologicamente non l'ho ancora risolto. Questo non significa rinunciare ad una compassione immediata, totale. Non c'è da scegliere se accettare o meno. Quando vediamo un uomo che sta annegando, il primo richiamo è quello di tuffarsi senza pensare e salvarlo. Non si sa niente di lui, non sappiamo nemmeno nuotare, eppure nel nostro istinto avviene questo richiamo spontaneo. Poi è vero, si fanno le valutazioni, ma quelle sono successive. Ritornando all'esempio di prima, si soffre per la donna anziana. Tuttavia la nostra sofferenza non aiuterà la donna, aggiungerà solo altro dolore. Questa sofferenza prolungata ed inopportuna ci impedirà di occuparci della nostra famiglia, del nostro cane, del nostro lavoro. Ad un certo punto, orgoglio, sofferenza, vanità, non sono altro che perdite di tempo e di energia. Ogni idea su di me, e quindi sulla vita, non è altro che un ingombro alla mia efficacia nell'agire. Ciò che non ci serve, se visto, va via al momento giusto. Ma se siamo vanitosi non c'è da accettarlo, è un fatto. Rimanere con ciò che c'è, e non è qualcosa che si può non fare. Ad un certo punto scopriamo che è inutile fare la guerra all'evidenza."
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giovedì 20 ottobre 2016
DIALOGHI: Violenza e criminalità
"Il tuo concetto di non violenza, quello è violento. Il criminale ha un ruolo molto importante, perché ci mostra che non può esserci sicurezza da nessuna parte. Senza furti, le persone inizierebbero ad illudersi di poter realmente possedere qualcosa. La guerra, i crimini, le violenze, sono delle opportunità per rendersi conto che non si possiede nulla, che ogni istante è prezioso. Non solo, ma è la paura a farci vedere realmente chi siamo. Le situazioni più difficili sono quelle che ci mostrano il nostro vero volto. Malattia, vecchiaia, sofferenza fisica, incidenti, sono opportunità per rimettere in discussione le nostre priorità e per rimuovere le nostre illusioni. Non c'è niente di nostro. Si fa il possibile per i propri cari, ma "propri" è solo una parola che si usa per comunicare. Non si hanno dei figli, non si possiede niente e nessuno. Questo non significa che non ci si interessa di loro, o che non si mette benzina nell'automobile, o che non si spolvera casa propria. Gestire le proprie risorse non è credere di possedere qualcosa."
DIALOGHI: Meditazione e agitazione
"Quando sono agitato medito ..."
L'agitazione è la tua meditazione, se scavalchi l'agitazione con la meditazione, chiamala fuga. Meditare non si fa, non è un'attività. Si rispetta il momento, l'emozione con cui ti trovi. Se piove, piove. Non puoi stabilire quando la pioggia finirà. Assaporala, non perdere l'occasione. Se non sei tranquillo, perché cerchi di esserlo? L'agitazione indica che hai qualcosa da controllare, come un'intenzione, un progetto. Se sei nell'aspettativa, sei agitato. Nel presente non puoi essere agitato.
Cosa causa l'agitazione se non una forma di megalomania? di pretesa?
"Perché di pretesa?"
Nel momento è impossibile sapere in futuro cosa è meglio per me e per chi mi sta intorno. L'agitazione è causata da questo, dall'idea di poter sapere in anticipo cosa accadrà, cosa fare, cosa non fare. In realtà l'agitazione non ti agita, mentre il tentativo di non essere agitato ti rende agitato. Dunque farai delle pratiche, andrai da certi maestri, leggerai alcuni libri, e sarai sempre più agitato.
L'agitazione è la tua meditazione, se scavalchi l'agitazione con la meditazione, chiamala fuga. Meditare non si fa, non è un'attività. Si rispetta il momento, l'emozione con cui ti trovi. Se piove, piove. Non puoi stabilire quando la pioggia finirà. Assaporala, non perdere l'occasione. Se non sei tranquillo, perché cerchi di esserlo? L'agitazione indica che hai qualcosa da controllare, come un'intenzione, un progetto. Se sei nell'aspettativa, sei agitato. Nel presente non puoi essere agitato.
Cosa causa l'agitazione se non una forma di megalomania? di pretesa?
"Perché di pretesa?"
Nel momento è impossibile sapere in futuro cosa è meglio per me e per chi mi sta intorno. L'agitazione è causata da questo, dall'idea di poter sapere in anticipo cosa accadrà, cosa fare, cosa non fare. In realtà l'agitazione non ti agita, mentre il tentativo di non essere agitato ti rende agitato. Dunque farai delle pratiche, andrai da certi maestri, leggerai alcuni libri, e sarai sempre più agitato.
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DIALOGHI: L'arte che libera
"La bellezza è al di la del gusto personale. Le etichette "bello" e "brutto", restringono il mistero riducendolo ad una sicurezza. Per una questione pratica la struttura del corpo - mente viene guidata verso delle tendenze che, però, possono dipendere dai condizionamenti. Quando l'intera struttura è consapevole delle restrizioni spacciate per gusti personali che, quindi, allontanano il diverso e lo sconosciuto, allora può muoversi verso le sue risonanze naturali.
Fino ad allora la persona definisce i canoni di "bello" in relazione ai suoi filtri, e quindi i gusti non sono altro che una proiezione chiaramente personale. Si dice "gusto personale" proprio per questo, e lì tutto rimane all'interno del soggettivo. Indagando interiormente, però, il personale viene riassorbito dalla spaziosità senza definizioni, e inevitabilmente le emozioni si espandono fino a toccare un punto di silenzio senza divisioni. Le opere d'arte, i film, le canzoni, saranno scelte (nel personale) solo in base all'associazione a certe forme di emozione e pensiero note, rifiutando ciò che provoca sensazioni scomode. L'errore è giudicarle come "esterne", e quindi come "brutte". La verità è che si ha paura di ciò che non si capisce, di ciò che esce dal nostro riferimento abituale. Quando familiarizziamo con sentimenti repressi come paura, rabbia, angoscia, tristezza, ansia, possiamo farci abbracciare da forme d'arte che si servono di queste emozioni per lasciarci avvicinare al nostro centro. Da questa posizione le scelte artistiche che faremo non dipenderanno più da un settore ridotto di emozioni (solitamente positive, della massa), ma dalla risonanza della sensazione che stiamo vivendo. Abitualmente quando si dice "no" alla tristezza, allora si tenderà a cercare una forma di attività che la copra. Le scelte artistiche, dunque, saranno virate verso emozioni che non ci dicono che siamo tristi, ma allegri e spensierati. Da questo dipende il fatto che la maggior parte delle opere commerciali hanno successo, perché la maggioranza della popolazione sceglie la menzogna."
Fino ad allora la persona definisce i canoni di "bello" in relazione ai suoi filtri, e quindi i gusti non sono altro che una proiezione chiaramente personale. Si dice "gusto personale" proprio per questo, e lì tutto rimane all'interno del soggettivo. Indagando interiormente, però, il personale viene riassorbito dalla spaziosità senza definizioni, e inevitabilmente le emozioni si espandono fino a toccare un punto di silenzio senza divisioni. Le opere d'arte, i film, le canzoni, saranno scelte (nel personale) solo in base all'associazione a certe forme di emozione e pensiero note, rifiutando ciò che provoca sensazioni scomode. L'errore è giudicarle come "esterne", e quindi come "brutte". La verità è che si ha paura di ciò che non si capisce, di ciò che esce dal nostro riferimento abituale. Quando familiarizziamo con sentimenti repressi come paura, rabbia, angoscia, tristezza, ansia, possiamo farci abbracciare da forme d'arte che si servono di queste emozioni per lasciarci avvicinare al nostro centro. Da questa posizione le scelte artistiche che faremo non dipenderanno più da un settore ridotto di emozioni (solitamente positive, della massa), ma dalla risonanza della sensazione che stiamo vivendo. Abitualmente quando si dice "no" alla tristezza, allora si tenderà a cercare una forma di attività che la copra. Le scelte artistiche, dunque, saranno virate verso emozioni che non ci dicono che siamo tristi, ma allegri e spensierati. Da questo dipende il fatto che la maggior parte delle opere commerciali hanno successo, perché la maggioranza della popolazione sceglie la menzogna."
martedì 16 agosto 2016
DIALOGHI: Lasciar espandere il dolore
Puoi perfavore dirmi cosa intendi dicendo "lasciarlo espandere a livello fisico"? Grazie!
Quando si riceve uno schiaffo, per esempio, il dolore inizialmente è localizzato sul viso. Quando i muscoli facciali si contraggono, il dolore non può espandersi, soprattutto a causa della storia "ho ricevuto uno schiaffo, non dovevi" che sposta l'attenzione dal dolore al fastidio emotivo. Se non si crea storia, il dolore si può espandere fino a divenire meno intenso. Allo stesso modo, ad esempio, la tristezza rivolta ad un motivo è una contrazione. Quando la tristezza non ha motivo diventa malinconia, e si espande scivolando su tutto il corpo, estendendosi oltre questo.
lunedì 20 giugno 2016
DIALOGHI: L'arte di vivere
[ .... ]
"Nessuna soluzione. Le soluzioni vanno bene per i problemi pratici. Perfino star poco bene in un'ambiente e voler cambiare, è un problema di tipo pratico. Andrebbe risolto con lo stesso distacco di quando si ripara un oggetto o se ne compra uno nuovo. Non c'è molto altro da dire.
Ma quando si cerca la soluzione definitiva, il senso ultimo, l'assoluto, il risveglio, la felicità, non è possibile trovare niente del genere. Ora, il fatto di non trovarlo può portare a frustrazione, solamente però se non se ne vede l'aspetto artistico.
Per un pittore non esisterà mai il quadro definitivo. Per un ballerino non ci sarà mai il passo perfetto. Un artista marziale non si sentirà mai invincibile. In arte di definitivo non c'è mai nulla, di risolutivo non c'è mai niente. Ci possono essere dei piccoli traguardi, delle piccole soddisfazioni, ma la ricerca è eterna per il gusto stesso della ricerca. Se la ricerca portasse a qualcosa, non ci sarebbe il gusto del percorso.
Come possiamo trovare un senso artistico perfino nella sofferenza? E' proprio lì la chiave. Non si tenta di scavalcare certi stati d'animo per giungere ad una soluzione, ma semmai si prova ad integrarli.
Nel silenzio e nell'assenza di soluzione, la creatività. Il prossimo passo da fare si rivela. La prossima parola da dire emerge. La maggior parte della spiritualità ipocrita offre soluzioni: fai così per diventare colì, fai questo per risolvere quello, visualizza per attrarre quell'altro. Il vero viaggio interiore non offre soluzioni, ti mostra solo come ciò che vivi non può essere escluso, e quindi ti evidenzia quanto sia inutile combattere. Abbandonare le resistenze, offre quindi, lo spazio necessario per integrare anche ciò che finora si è escluso. Ogni cosa diventa maestro, ogni elemento finora di disturbo, può diventare uno spunto per trovare quel silenzio da cui ogni forma creativa può rivelarsi."
Nel silenzio e nell'assenza di soluzione, la creatività. Il prossimo passo da fare si rivela. La prossima parola da dire emerge. La maggior parte della spiritualità ipocrita offre soluzioni: fai così per diventare colì, fai questo per risolvere quello, visualizza per attrarre quell'altro. Il vero viaggio interiore non offre soluzioni, ti mostra solo come ciò che vivi non può essere escluso, e quindi ti evidenzia quanto sia inutile combattere. Abbandonare le resistenze, offre quindi, lo spazio necessario per integrare anche ciò che finora si è escluso. Ogni cosa diventa maestro, ogni elemento finora di disturbo, può diventare uno spunto per trovare quel silenzio da cui ogni forma creativa può rivelarsi."
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giovedì 17 marzo 2016
DIALOGHI: Vita pratica
"Dobbiamo pur trovare un modo per vivere, e c'è bisogno di supporto economico.."
"Innanzi tutto, non capisci cosa è necessario per vivere finché non lo perdi. Non è necessario fare tre pasti al giorno, con primo e secondo. Non è necessario il cellulare ultimo modello. Non è necessario avere i mobili più costosi. Non è necessario possedere abiti firmati. Non è necessaria una TV. Si tratta di adattarsi, senza commenti. Inoltre, se proprio dovessi trovarti alle strette, l'unica cosa su cui puoi fare affidamento è la tua arte"
"Non posseggo nessuna capacità artistica"
"Ogni essere umano la possiede. La vera creatività consiste nel non avere altro a disposizione se non l'istante. Finché un io tenta di essere creativo, lo farà sempre per uno scopo. Non è arte. Quando non hai più nulla, quando non hai più un futuro e un passato, quindi una identità, diventi creativo. Allora lì puoi scoprire le tue capacità"
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giovedì 10 marzo 2016
DIALOGHI: Sii vero, non migliore
"Quando crei una distanza, allora non raggiungi mai. Se vuoi essere felice, ricevi solo la volontà di esserlo, non la felicità. Se vuoi essere saggio, ricevi solo la volontà, non la saggezza. Quando elimini questa distanza, allora sei già tutto questo. Crei invidia o idealizzazione verso qualcuno, per creare distanza. Lo fai per la paura di concederti, di permetterti di ottenere.
Osserva come vivi nella separazione, nel bisogno di creare una distanza tra te e quella data cosa. In questo bisogno si genera sempre, sottilmente, una gerarchia. Osserva il tuo modo di funzionare, trova la tua maniera, la tua strada, non copiare nessuno. Non cercare di essere silenzioso, tranquillo, positivo, o di amare tutti. Sii vero, non migliore."
sabato 27 febbraio 2016
DIALOGHI: Meditare è utile?
"Meditare è utile?"
"Se non senti qualcosa, non farla. Se ti chiedi se è meglio farla o no, non farla. Se ti chiedi se stare o no con la tua fidanzata, non starci. Se poni la domanda, significa che c'è resistenza. Significa che non ti è naturale, che non c'è risonanza. Se avverti resistenza, non fare nulla. Dedica il tuo tempo a qualcos'altro, anche al niente assoluto, ma dedica pienamente tutto te stesso. Se non sei in grado di sentire ciò che fai, smetti di tentare di riempire i vuoti. Cosa significa "è utile"? Utile per cosa? per chi? No, meditare è inutile, proprio come ogni altra espressione artistica, ed è proprio questa la sua bellezza. L'inutilità. Quando una cosa è utile, quando una cosa serve, è semplice materialismo. Se si cerca la meditazione e il risveglio per uscire da una situazione, allora è materialismo. E' una forma di enorme superficialità dedicarsi parzialmente a qualcosa, solo perché se ne cerca uno scopo finalistico. Non c'è poesia, non c'è bellezza, non c'è gioia, non c'è gusto. Perfino in ciò che porta ad un risultato, come uno sport o una disciplina marziale, se praticata per "utilità" o per giungere ad uno scopo lo si allontana sempre più."
mercoledì 21 novembre 2012
Psicologia dell'horror
PREMESSA: PAURA, O PAURA DELLA PAURA?
Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé.
Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror.
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione.
Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?
Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.
Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.
Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.
Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.
Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa.
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.
HORROR O SPLATTER?
Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.
L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici.
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi.
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti.
Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo.
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui.
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA
Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.
Gusti.
La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura.
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti.
Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore.
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata.
Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti.
TRASCENDERE LA PAURA
E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva.
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)
Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono.
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo.
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".
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sabato 14 aprile 2012
Malinconia non è tristezza parte 1
ricordo l'uscita del libro: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/miscellanea/liberarsi-dentro-pintaudi.html
La distinzione tra malinconia e tristezza, è un po’ come quella tra isolamento e solitudine, cioè passare da un livello di sofferenza ad uno di insofferenza consapevole potremmo dire, di inquietudine, ma senza sperimentare la sofferenza propria della tristezza depressiva.
Non è una sofferenza che fa male, anzi, in questo “male”
si avverte una piacevole sensazione profonda e diluita. E’ lo stesso motivo che
ci spinge ad ascoltare una canzone malinconica o vedere un film commovente,
senza entrare troppo nel merito della soggettività che non posso certo
affrontare qui. Di sicuro il fruitore di
un’esperienza malinconica, un’opera d’arte, una canzone, un dipinto, un film o
una poesia, se si trova in un livello superficiale di sé (alla ricerca di sole emozioni positive), percepirà
tristezza rifiutando l’emozione. Bollerà l'opera come triste e la scarterà. Il superficiale non è in grado di accedere ad altri livelli emotivi più profondi, sta infatti in superficie: bloccato nei concetti e nelle teorie, nel giusto e nello sbagliato, nel bello e nel brutto. Il superficiale ama o odia, di solito un solo tipo di emozione grossolana, incapace di provare altri "livelli" perché lui stesso si chiude in un concetto e idea di se stesso, con un pizzico di vanto.
Il malinconico scende nella profondità del suo sentimento senza rifiutarlo,
perché è parte integrante del centro, mentre il triste, perché annoiato,
depresso o pauroso, non può accedere a questo “livello” perché non ha un
centro. Poiché le sue emozioni interiori dipendono da stimoli esterni (soggetti,
oggetti, situazioni, circostanze, avvenimenti) ed interni (pensieri,
preoccupazioni, ansie, desideri, fastidi) non conosce altro ... non può! Tuttavia la
tristezza, potremmo dire poeticamente o metaforicamente parlando, dell’anima, è malinconia. Chi
non è in contatto con questa dimensione la rifiuta, perché ha timore del vuoto
che crea. Ed ecco che ha paura di rimanere solo, perché se la sua felicità
dipende dagli altri e dalle loro attenzioni, la solitudine diventa isolamento,
generando l’egoismo che viene oggi abilmente definito gelosia.
La mia definizione personale di malinconia, potrebbe essere la seguente: essa è un'emozione profonda di accettazione e la
consapevolezza dello stato di solitudine inevitabile in cui ogni uomo si trova. Non c’è ne paura ne giudizio in questo, solo una presa
di coscienza che permette, guarda caso, di gioire sia in compagnia sia da soli,
senza dipendere da nessuno.
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