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sabato 3 dicembre 2016

DIALOGHI: Follia nascosta


"La tensione è solo ben nascosta. Basta toccare una persona per farla mettere sulla difensiva o farla piangere. In circostanze abituali, quando tutto va bene, questa follia rimane nascosta. Solo in situazioni realmente difficili ed impreviste si vede il vero volto di qualcuno. E' semplice prendersi per spirituali ed iniziati finché la situazione lo consente. Poi si perde il lavoro, mia moglie mi lascia, muore il mio cane, e dico "no" alla vita. Posso soffrire, soffrirò sicuramente, ma contemporaneamente ringrazio la vita. Ringrazio per avermi donato questo ricordo, questi momenti, queste gioie e questi dolori.
Diversamente siamo bravi, generosi, pacifici, finché la situazione lo permette."

sabato 22 ottobre 2016

DIALOGHI: Pregiudizio e perdono


"Quando si guarda qualcuno e non si riesce ad andare oltre la sua forma, questo manifesta il pregiudizio. Se si guarda un criminale come criminale, c'è una mancanza di chiarezza, sensibilità e rispetto. Per guardare qualcuno come criminale, dobbiamo prima guardare noi stessi come persone oneste. E una persona che si crede onesta è molto pericolosa, perché non conosce se stessa a fondo. Un criminale cerca esattamente ciò che cerchiamo noi, cioè essere felice. Uno psichiatra che lo prende per criminale dovrebbe cambiare lavoro. Assenza di pregiudizio è guardare senza commenti. Guardare qualcuno che sta per morire e non prenderlo per un morente, è una possibilità di stabilire un forte contatto con lui. Guardare un ladro come un ladro, e un barbone come un barbone, significa rinunciare all'evidenza, con il risultato che anche loro si vedranno così. Si sentiranno aggrediti dal nostro sguardo. Non ci sono persone ricche, povere, malate, stupide, sante, quelli sono vestiti. Quando si muore poca differenza fa se sei stato un santo o un assassino."

"Un criminale cerca di essere felice?"

Tutti cercano questo, solo che il criminale è più coraggioso. Le persone oneste hanno paura di farsi prendere, quindi preferiscono essere oneste. Un criminale va amato, e per essere amato non bisogna aver paura di lui. In questo modo è possibile fargli capire che non è necessario uccidere per trovare la pace. Giudicandolo criminale, assassino, ladro, si sentirà ancora più incoraggiato a fare ciò che fa. Questo non significa incoraggiare la criminalità, perché se la situazione lo richiede si agisce. Ma l'azione giusta scaturisce dalla comprensione della realtà. So che mio padre non poteva fare a meno di picchiarmi perché la sua sofferenza era troppo grande. Poiché non aveva il coraggio di affrontare mia madre, allora picchiava me. Ad un certo punto, quando sono fisicamente preparato e psicologicamente maturo, fermo la sua mano e lo invito a smettere con decisione. Non c'è giudizio o aggressività in questo, non è necessario, perché l'emotività della mia storia da vittima sarebbe un ingombro. Questa non mi permette di vedere la realtà. Agire è ben diverso dal pretendere che mio padre non doveva fare ciò che ha fatto. Non poteva altrimenti, era il suo modo per sentirsi meglio."

"Lo perdoni ..."

"Perdonare è un romanticismo da telenovela. Non si perdona nessuno perché non siamo superiori a nessuno. Si vede semplicemente che non c'è nessun colpevole.

lunedì 6 giugno 2016

DIALOGHI: Credere?

D - "Tu a cosa credi?"

"Credo in Dio, credo in te, credo nello scopo finale, credo nella scienza, credo nell'amore, credo in me stesso ... sono tutte idee striminzite. 
Credere è come avere delle stampelle e immaginare che siano necessarie."

D - "Credere può dare una speranza"

"Sperare è inutile, non ti permette di vivere. Sperare è immaginare, ma a differenza dei visionari che giocano con il loro mondo di immaginazione, come i bambini, l'adulto medio ne è spaventato. E' terrorizzato da ciò in cui crede, perché teme che senza queste stampelle cadrebbe. Chi butta le stampelle una volta per tutte, non vuole più usarle. Posso prima credere in una religione e poi in un'altra, o prima credere in Dio e poi credere nella scienza, o magari prima credo in te, poi mi deludi, e credo solo in me. Poi credo in una visione spirituale, e poi in un'altra. Prima credo in un sistema politico, e poi cambio. Prima credo nel caso e poi nelle coincidenze. L'apertura non ci trova se continuiamo a cercare un equilibrio ideologico. Sto solo continuando a cambiare le stampelle. Credere è come immaginare di avere una malattia quando in realtà si sta bene. Si ha bisogno di sentirsi malati per paura di affrontare la vita completamente aperti, senza scudi del genere. "


domenica 3 aprile 2016

DIALOGHI: Scegliere

D " [ ... ] Quando scegliamo?"

"In senso assoluto mai. La scelta non è di qualcuno. Non si sceglie come si reagirà di fronte una situazione, se si inciamperà o meno, o il prossimo pensiero che si manifesterà. Non si sceglie mai. In senso relativo, parlando romanticamente, quando conosciamo. Puoi credere di scegliere il tuo colore preferito quando conosci il giallo, il rosso e il verde. Non vedi i tuoi limiti, credi che esistano solo quei tre colori, e pensi di scegliere. Ti presentano la religione dei tuoi genitori, e tu ti illudi di essere credente e di aver scelto di esserlo, ma in realtà non avevi scelta. Ti si presentano cinque facoltà per il tuo futuro, e tu scegli quella che ti dispiace meno, quando magari vorresti partire e dipingere per strada."

D "Ma ciò che non conosco non posso sceglierlo"

"Ma puoi non scegliere ciò che credi di conoscere. Puoi prenderti una pausa, e scavare meglio dentro di te. Puoi accontentarti della prima cosa che passa, oppure puoi scavare meglio dentro di te prendendoti tempo."

D "Ciò che mi impedisce di fare una scelta, di cambiare, è la paura"?

R "No, è la poca convinzione. Una scelta o è totale o non si compie"

D "Eppure molte persone scelgono anche quando sono poco convinte, non aspettano che la scelta sia totale. C'è il rischio che non si muovano mai".

R "Non si muovono ai tuoi occhi, perché stabilisci cosa sia azione e cosa non lo sia. Muoversi non necessariamente è azione, può essere semplice attività come qualsiasi altra forma di abitudine o di fuga. L'azione è anche microscopica, è anche all'interno di un'apparenta ripetitività. L'azione non ha scelta, è sempre totale ed inevitabile. Essa è determinata da fattori al di fuori della sfera personale, come in realtà tutto. C'è questa idea che l'individuo possa scegliere o meno, ma è la scelta a presentarsi inevitabile. A quel punto il cambiamento non prevede dubbi, perché è già stato preso. 

D "Dunque dovrei attendere senza far nulla"?

R "Impossibile. Devi fare sempre, l'immobilità non fa parte della vita. E' azione quando ti scappa la pipì, e non ne puoi fare a meno. E' azione quando ricevi uno schiaffo e reagisci. E' azione quando all'improvviso piove, e devi aumentare il passo. Come vedi i cambiamenti sono miliardi, solo che non li vedi perché immagini il cambiamento definitivo, quello che finalmente darà una svolta alla tua vita. Attendere o decidere è una forma di linguaggio, ma non è la realtà. Quando dai realtà al linguaggio, soffri. Guarda il tuo passato: sei veramente convinto che tutto sia dipeso da te?

D "Non tutto"

R "Niente. Se stiamo parlando di questi argomenti e non sei uno scienziato di te stesso, non abbiamo altro da dirci. Se sei uno scienziato, devi guardare al microscopio il funzionamento di quella che definisci la tua giornata tipo, delle scelte che credi di fare o meno. Prendere carta e penna, e determinare ciò che ti ha portato a scegliere o meno qualcosa. Osservare al microscopio come il pensiero ti faccia credere di essere un'entità indipendente che decide. Altrimenti no, parliamo d'altro, o non parliamo affatto.


giovedì 10 marzo 2016

DIALOGHI: Paura

"Tutti noi abbiamo paura di qualcosa. Di cosa hai paura tu?"

"Pensare alla paura evidenzia un bisogno di trovare qualche antagonista esterno, in modo da poterci identificare. Che senso ha la tua domanda? In questo momento di cosa dovrei avere paura?"

"In generale ..."

"Non esiste in generale. E' filosofia. La paura è un sentire, e dipende dalla situazione. L'istante me lo dice, non il mio pensiero. Se credo di aver paura dei ragni, allora la mia diventa una storia, e a noi piace nutrirci di storie per evitare il vero contatto con la paura. La paura di cui parli tu è la paura della morte, cioè la paura della vita. Si vive con questa paura, e poiché deve trovare una direzione, la si proietta su qualcosa: il cane che mi ha morso, il papà che mi ha picchiato, il vicino che mi ha guardato male. La verità è ciò che si nasconde dietro questo bisogno di dare un volto alla nostra paura. Se scaviamo, troveremo sempre la stessa paura originale, cioè quella di non poter esistere senza la paura stessa. L'unica paura che esiste, è il terrore di rimanere senza paure, cioè senza un io che deve lottare per risolvere qualcosa".

"Mi capita spesso di pensare alla mia situazione di vita ed essere infelice .."

"Capitano dei momenti senza pensare a questo, senza futuro. Dei momenti in cui sei talmente senza via d'uscita, senza soluzioni, che ti siedi e basta. Non ne vuoi sapere, nemmeno delle soluzioni. Se la tua infelicità è veramente totale, allora questi momenti di assenza di soluzione capiteranno spesso, in cui non potrai fare altro che sprofondare nella tristezza. Una tristezza senza rifiuto, senza risoluzione, senza fuga, diventa malinconia, e la malinconia diventa presto pace. Una pace in cui non vuoi niente, perché il fatto stesso di volere ti fa ripiombare nella frustrazione. Ti accorgi presto che più che essere interessato ad una soluzione alla tua infelicità, non riuscivi a stare con quella sensazione. Non era la soluzione "esteriore" il vero punto della questione, ma il non permettere alla paura di entrare a livello fisico, scivolare nel sangue ed entrare nelle ossa. In quella pace è possibile che qualche intuizione ti dia una direzione che non avevi nemmeno immaginato, perché tutti i pensieri che avevi fino a quel momento si concentravano solo in una circonferenza ristretta. Talvolta capita che qualcuno riceve una brutta notizia o fa un incidente, e questo lo costringe a rivedere le sue priorità. L'incidente, anche se duro, ti mostra la pretesa di concentrarti sul tuo misero problema, sul tuo concetto di infelicità."