"Alleniamoci ad immaginare che potremmo perdere tutto da un momento all'altro. È un gioco di immaginazione tanto quanto il desiderare, la differenza è che smettiamo di mettere energia in ciò che ci manca. Va fatto seriamente, sentendo davvero l'emozione legata alla perdita.
Nostro figlio che non si comporta come dovrebbe, potrebbe non tornare a casa. Mio padre che non mi approva, potrebbe finire in ospedale. Le gambe con cui dimentico di camminare ogni giorno potrebbero fratturarsi. Il mio cane che mi chiede di uscire e io rimando perché non trovo mai tempo, potrebbe ammalarsi.
Smetto di inseguire un futuro che non c'è e familiarizzo con la bellezza che è sempre disponibile . Imparo ad amare, lascio andare le mie ideologie, rancori, proiezioni, perché sono semplicemente ingombranti. In questo non sapere, in questo sognare un futuro, inizio pian piano a svegliarmi e ribalto le mie priorità. Improvvisamente tutti i miei dubbi e vermi mentali scompaiono. Resta l'amore, quello che non conosce il chiedere."
"Desidera così ardentemente la verità, fino a diventarla. Quando sei verità, non puoi più scendere a compromessi con il vecchio mondo che creavi come ovvia risposta della tua paura di essere verità. Allora le perdite non saranno più traumatizzanti, tranne che per la mente che cerca sicurezza, ma funzionali alla maturazione. Scopri come la tua vecchia paura creava un mondo di falsità intorno a te, e come questa manteneva attività, relazioni, professioni, abitudini, magari successi, amicizie, che non ti appartenevano. La paura della solitudine, di rimanere senza lavoro, senza amici, senza allievi, senza maestri, senza partner, senza approvazioni e considerazioni, cede il posto al desiderio di chiarezza, ad ogni costo. Allora le perdite e gli addii non sono verso qualcuno, ma verso parti di te, e un aggiustamento nel quotidiano si rivela."
"Nella società del FARE chi si ferma è perduto .. "Chi dorme non piglia pesci", "il tempo passa e non ritorna più"... Mentre la natura ci insegna che ogni cosa matura da sé e al momento giusto senza forzature, l'essere umano quasi esclusivamente occidentale si sente pressato da una vita non sufficientemente soddisfacente nel suo essere fine a se stessa. Ed ecco che se non FAI sei un nullafacente.
Se nel tuo lavoro fai ciò che va fatto al meglio, poco ma bene, non lavori abbastanza. Se non annuisci mentre qualcuno sta parlando e non dai un'opinione immediata, non stai ascoltando. Se non ti fai sentire, sei disinteressato. Se non urli, nessuno ti sente. Se non combatti e competi, sei un perdente. Se non credi a qualcosa, sei "non classificabile". Se non bevi il cibo, sei lento. Se non ti informi dei fatti del mondo, sei "fuori dalla realtà" .. Se sei silenzioso e solitario, sei asociale. Se sei triste, dovresti essere felice. Se non ridi, sei depresso e dovresti ridere di più. Se non pensi a niente, sei strano ..
C'è sempre qualcosa da FARE per cambiare le cose.. Tutte le patologie legate a quel senso di Dover Essere, Dover Arrivare, Dover Afferrare, Dover Opinare, ecc. sono legate a quella paura del vuoto, del silenzio, del nulla, inevitabilmente presente nella vita di ognuno.
Fai, fai, non importa se non c'è tutta la tua anima, se non c'è convinzione, se non c'è cuore, basta che fai, basta che arrivi, basta che produci, basta che concludi. E' una cultura profondamente malata già dalle sue radici, che uccide letteralmente la cosa più preziosa che abbiamo, e cioè il silenzio, la creatività, l'arte, l'attesa, il sogno, la fantasia, il respiro"
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Lo capisco, siamo stati abituati a dover agire, dover fare, doverci schierare. E' dura sradicare questo preconcetto. Non avere un piano, un desiderio, un obiettivo o un progetto, ti fa sentire impaurito da una vita che ti chiede di prendere il tuo posto da qualche parte. Ma è la vita, o è la tua pressione o quella degli altri? Paura di non aver il controllo? Se è così niente paura, non ce l'hai mai avuto. La mente cerca di creare una linearità, e in certi casi ci riesce anche: nonostante tutto le sia spesso avverso, (anche altri "io" psicologici, altre parti di noi magari più inconsce) si attiene perfettamente al suo "progetto". Quindi si vedono le persone tutte d'un pezzo che sono fedeli al loro piano, e lo portano a termine. Che mantengono le loro promesse! E questo cosa dimostra? Che hanno carattere? Magari hanno chiuso tante altre porte, magari si stanno snaturando, magari avevano solo bisogno di fuggire dalla loro pochezza interiore dettata dalla paura dell'esporsi al cambiamento.
Cosa avviene nel dettaglio? Tutto accade e basta, e poi la mente fa credere di esser stata lei la protagonista. Nell'istante vi è pura percezione, un attimo dopo la mente dice "io ho fatto, visto, toccato, detto, pensato, sognato". Per accorgersi di questa illusione, bisogna essere dei bravi osservatori. Ciò che noi siamo, in fondo, è solo pura testimonianza dei nostri pensieri, emozioni ed azioni. Ogni nostro movimento nasce spontaneo, non viene progettato prima, perché anche il voler progettare è scaturito dalle circostanze. Se scoprissi che sei un'illusione, e credi di poter agire quando invece la vita lo fa per te, ti sentiresti terrorizzato o liberato? Pensaci bene.
Ogni pensiero non è altro che una reazione allo sconosciuto, riportandolo al conosciuto. Il pensiero è sempre ripetitivo, perché non può esistere pensiero nei confronti di qualcosa di nuovo, se prima non viene sperimentato dalla coscienza. Ogni istante è completamente nuovo, ma la mente paragona e mette insieme momenti simili. Tutto ciò che accade nella vita e ha valore, che è indimenticabile, è proprio imprevisto. Quando progetti il futuro, lo fai sulla base del passato ... sempre! La mente non è in grado di immaginare qualcosa di diverso che non conosce. Accetta questo, per quanto può essere difficile. Invece ti toglie un peso enorme, quello di crederti responsabile. Sei responsabile, forse, solo delle scelte che ti si presentano sull'istante.
Allora li potrai scegliere la strada che ti entusiasma di più, che magari è proprio quella che la mente razionale non riesce ad immaginare. E riecco la paura. Lasciala stare e prosegui. Quindi il mio non può essere un invito alla inattività, alla passività. Tutt'altro! Non è possibile essere inattivi .... siete chiamati ad agire in ogni istante. Ma questo è molto diverso dal dover costruire un percorso e delineare bene i vostri desideri. Non sapete come arriverete là, non potete saperlo, e non potete nemmeno sapere se ciò che è giusto per voi è il là che vi immaginate. Di solito è solo artificiale, forzato, dettato da condizionamenti esterni o disagio del proprio stato attuale. Il problema non è il desiderio, ma la sua ristrettezza. Lo ripeto, la mente non è in grado di immaginare qualcosa di nuovo, anche se così vi può sembrare. Si limita a mettere insieme i pezzi che già conosce, proprio come dei lego .... sono sempre gli stessi pezzi assemblati in modo diverso!
Ciò che non è stato programmato, è ciò che ti ha portato le cose migliori, anche se poi tu ti illudi di esistere in quanto individuo separato dall'esperienza che hai fatto ... a causa del pensiero. Per arrivare a rendersi conto che i giochi della mente sono illusione, è necessario indagare e approfondire. Meditare se è il caso, osservare bene come nasce un pensiero e dove finisce. Altrimenti è bene non essere certi di nulla, almeno fin quando non si fa pulizia.
Progetti a lungo termine sulla base di un pensiero "congelato" dalla coscienza, proprio come una promessa. Violenti la naturale dinamicità della mente razionale, e credi che possa essere lo strumento utile per costruire un futuro.
Così facendo ti precludi il cambiamento, perché se scegli quella cosa, non scegli l'altra. Ciò che ti viene incontro lo escludi se non si allinea con il tuo progetto. Ti si ripresenta magari, sotto molte forme, ma continui a spingerlo via perché tu sei "tutto d'un pezzo" ... "uno di parola". La mente non è in grado di costruire un progetto, perché ha bisogno di farlo sulla base di ciò che conosce. Questa reagisce solo al presente, e sulla base di questo crea un futuro immaginario ... che non è MAI come se lo immaginava. Ciò che accade in certi casi è di avere delle intuizioni, ma esse sono sempre dettate da eventi spontanei e imprevedibili. Che poi sulla base di essi la mente intuitiva dica "scelgo quella strada perché mi sento attratto", è un altro paio di maniche.
Ciò che potrebbe accaderti è che questa paura non viene più ascoltata. E' sempre lì, ma no è più te. Questo distacco dalla mente, è la fine di ogni preoccupazione. Dagli altri viene percepita come follia, semplicemente perché non hai più paura di ciò che agli altri fa paura. Stai male secondo loro... perché stai bene nonostante le condizioni esterne. Quindi stai male perché stai bene .... è un bel controsenso. Ora, osserva i tuoi pensieri e guarda praticamente che ti limiti a fare da spettatore. Chi è che progetta se non sei la mente?
Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé.
Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror.
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione.
Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?
Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.
Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.
Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.
Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.
Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa.
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.
HORROR O SPLATTER?
Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.
L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici.
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi.
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti.
Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo.
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui.
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA
Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.
La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura.
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti.
Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore.
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata.
Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti.
TRASCENDERE LA PAURA
E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva.
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)
Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono.
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo.
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".