"Alleniamoci ad immaginare che potremmo perdere tutto da un momento all'altro. È un gioco di immaginazione tanto quanto il desiderare, la differenza è che smettiamo di mettere energia in ciò che ci manca. Va fatto seriamente, sentendo davvero l'emozione legata alla perdita.
Nostro figlio che non si comporta come dovrebbe, potrebbe non tornare a casa. Mio padre che non mi approva, potrebbe finire in ospedale. Le gambe con cui dimentico di camminare ogni giorno potrebbero fratturarsi. Il mio cane che mi chiede di uscire e io rimando perché non trovo mai tempo, potrebbe ammalarsi.
Smetto di inseguire un futuro che non c'è e familiarizzo con la bellezza che è sempre disponibile . Imparo ad amare, lascio andare le mie ideologie, rancori, proiezioni, perché sono semplicemente ingombranti. In questo non sapere, in questo sognare un futuro, inizio pian piano a svegliarmi e ribalto le mie priorità. Improvvisamente tutti i miei dubbi e vermi mentali scompaiono. Resta l'amore, quello che non conosce il chiedere."
"Riconoscere che non si vuole sincerità. La verità ci costringe ad un capovolgimento interiore. Un cane morde un'altro cane, è sincero. La sua azione è totale, non c'è qualcosa che avrebbe dovuto fare e non ha fatto, non c'è residuo psicologico. E' accaduto, c'è azione. L'attimo dopo i due cani potrebbero tornare a scodinzolare. Un bambino piange, si arrabbia, urla, è sincero. Da adulti impariamo a mentire, innanzi tutto a noi stessi. Vorremmo dire qualcosa, ma lo diciamo in un'altro modo. Poiché ci auto censuriamo, temiamo che gli altri lo facciano costantemente con noi. Poiché vediamo solo il lato esteriore, la forma, non possiamo andare in profondità, e ci sentiamo costantemente giudicati, offesi, urtati. Nella sincerità nessuno ci urta, nessuno ci giudica. Siamo sempre noi stessi che, con il nostro rumore interiore, pretendiamo che l'altro possa urtarci. Chi si sente giudicato, giudica."
"Il miglioramento è una spinta da seguire. Solo così possiamo trasformarci, anche spiritualmente"
"L'idea di miglioramento è infantile. Il dinamismo di voler cambiare fisicamente, mentalmente o spiritualmente, non fa vedere la realtà. La trasformazione è una favoletta, come l'evoluzione spirituale. Si vede subito chi è predisposto per qualcosa e chi non lo è. Innanzi tutto l'idea di trasformazione è sempre nel futuro. Quando avrò letto quel libro, quando avrò incontrato quel guru, quando avrò fatto quella pratica, quanto avrò risolto i miei conflitti, quando mi sarò illuminato, quando partirò, quando vincerò le mie paure, quando avrò conosciuto l'uomo della mia vita .. e il domani non arriva mai. Meno che te ne accorgi sei già morto con tutte queste belle speranze, vivendo un'illusione durata una vita.
"Ho visto gente cambiare ..."
"Io no, mai. Ho visto gente accumulare dati nel tempo, ubriacarsi di esperienze, ma cambiare profondamente mai. Ho visto solo l'attualizzazione di ciò che era inevitabile. Vi sono dei presentimenti che il corpo e la mente diverranno in un certo modo, e si può accettare o meno. Per vedere questo, però, è necessario non essere sommersi dal dinamismo di voler cambiare. Quando rispetto il presente, il futuro si rivela. Non significa che conosco gli eventi in anticipo, ma l'emozione è sentita con chiarezza. Quando vedi con chiarezza qualcuno capisci subito se può affrontare facilmente o meno le situazioni complesse della vita. Quando guardi un anziano puoi facilmente risalire al tipo di infanzia che ha avuto. Non esiste alcun sviluppo e alcuna scelta, anche se alla mente (ego) piace pensare che non è così. Niente si conosce, ma si riconosce. Niente cambia, solo si concretizza un potenziale. La potenzialità o le patologie sono già presenti, chiare. La mente è prevedibile, scontata. E' facile far spaventare qualcuno, offendere qualcun altro, o far innamorare una donna se sai che tasti toccare. Sul piano fisico, un gesto atletico che ti sembra di imparare è già potenzialmente presente. L'ostacolo è la mente che ha paura, quindi la devi convincere, attraverso la pratica, che il corpo già può fare quel gesto. La pratica serve a questo: alcuni riescono prima, altri subito, altri mai. Non è l'attività che crea la qualità, ma il contrario. Si è pittori, e in seguito si impara la pittura. L'auto indagine non è per tutti, come non sono per tutti certe attività sottili o certe opere d'arte. Questo è evidente, diversamente tutti smetterebbero di votare i politici, di piangere di fronte una partita di calcio, o di essere fisicamente e psicologicamente masochisti. Tuttavia ciò non accade. Non tutti si illuminano improvvisamente ascoltando le parole dei saggi del passato. E' romantico convincersi del contrario. Non ci sono prese di coscienza di massa, salti quantici collettivi o illuminazioni folgoranti. Quando vedi quei fenomeni sono forme di auto convinzione di massa, allucinazioni collettive. Il futuro non è dopo il passato.
"Nulla. Ma si è felici per l'altro prima di essere felici con l'altro. L'altro può non esserci, può comportarsi in modo per noi incomprensibile, può stare con persone che non ci piacciono, non importa. Pretendere che rispecchi la nostra idea di felicità, significa che vogliamo realizzarla attraverso lui. Ogni volta che questo accade riflette il nostro egoismo e la nostra paura di responsabilità intima. Poiché non abbiamo il coraggio di essere liberi e felici, non potremmo mai vedere se l'altro lo è realmente. Possiamo solo proiettare la nostra idea di realizzazione, immaginando che l'altro sia felice o meno. "Volere il suo bene" è una frase pericolosa, perché non è detto che l'altro desideri ottenere la nostra idea di bene."
Non si fa niente, si sente. Ricevi un colpo, subisci un torto, vieni deriso, domani devi affrontare un esame, si rimane con l'eco nel corpo. Non importa se è la mamma, il vicino, l'amante, la fine del mondo, perché ciò che conta è il sangue che bolle, la respirazione affannata, il calore dei colpi. Si rimane mentalmente incastrati nelle ragioni, nei motivi, perché non si vuole sentire. L'esplorazione sensoriale è possibile solo mettendo da parte cause, responsabilità e conseguenze. Poco alla volta si realizza che la paura è anch'essa espressione della tranquillità.
In che senso?
Un pittore può esprimere l'emozione della paura sul suo quadro, senza aver paura. Se avesse paura non riuscirebbe a tenere fermo il pennello. Un pittore sente la paura come elemento del silenzio. Allo stesso modo un chirurgo non potrebbe operare se coinvolto affettivamente. La paura psicologica è un ingombro, mentre quella istintiva è di aiuto. Non ci si libera dalla paura come non ci si taglia un braccio solo perché si prova del dolore al gomito. Si vive con tutto questo, in modo intelligente.
"Si vede come costantemente siamo in procinto di afferrare qualcosa. Mentre parliamo abbiamo bisogno di giungere ad una conclusione, quando incontriamo qualcuno dobbiamo farlo rientrare dentro una categoria, mentre parliamo cerchiamo di convincere e convincerci. Finché la nostra priorità è diretta ai concetti, le teorie, le idee e opinioni, non ascolteremo mai. Il vero ascolto è la scomparsa dell'immagine soggetto - oggetto. Ascoltare significa non direzionare l'attenzione in un contesto particolare, perché ascolto è apertura assoluta, non concentrazione. Si è ascolto, l'ascolto non si impara. In questa disponibilità la parola giusta emerge, non dalla conoscenza, ma da una fonte silenziosa e limpida, che non pretende. Nessun consiglio è possibile, per esempio, all'interno dell'interesse personale. Se non si familiarizza con il silenzio, origine di ogni forma, la comunicazione sarà sempre superficiale e tesa ad afferrare qualcosa e respingere qualcos'altro."
"Tutto ciò che è inutile cade da solo senza dargli attenzione. Il trauma non è passato, ma presente. Il problema è adesso, e non è necessario cercarlo nel passato. Quando la priorità non viene più data alla storia che lega il trauma all'oggetto in questione (il papà, il cane nero, lo schiaffo del compagno di scuola, la violenza sessuale subita ..), può finalmente essere sentito nel corpo senza psicologia. Dove si colloca il trauma? Che colore ha? Che forma ha? Come si muove? Lasciarlo espandere a livello fisico togliendo la storia di cui l'io si serve per mantenerlo. Prima o poi, con questo approccio, il trauma andrà via da sé. Finché servirà, allora dovrà restare."
"La vita non conosce errori di percorso o scelte sbagliate. Il pensiero crede di avere due o più scelte, ma basta rivedere il proprio passato per accorgersi che la strada è una. Questo è un modo utile di rivedere il passato."
D "Una decisione va presa ..."
"Romanticamente parlando sì, ma tu vedi il tuo film, e la decisione o meno fanno ancora parte del film. L'attore crede di avere scelta, ma se si sposta il punto di vista, nel film l'attore non ha scelta."
D "Non possiamo fare nulla?"
"In una visione propedeutica puoi decidere se fare resistenza o mollare la presa. Questo è ciò che bisogna sapere prima di tutto, non per questioni spirituali, ma per la tua salute e per essere più efficace. Dal punto di vista non personale, che è quello che ci interessa qui, tutto ciò che pensi o fai è imprevisto perfino a te stesso. E' spaventoso per l'ego, ma è liberatorio al di fuori di esso."
" [ ... ] con tutti i legami, le paure, i nodi familiari, le identificazioni, il risveglio non credo sia possibile. Penso che prima è necessario riuscire a staccarsi da questi "pesi mentali" e "costrizioni emozionali".
"Esistono due modi di vedere la cosa. Un lato della spiritualità vede il risveglio come un punto di arrivo, un evento che ti libera, definitivamente, dall'ego. Ti invita quindi a praticare, a meditare, a lavorare sull'ego, sulla sessualità, sulle paure, sulle emozioni negative e difetti. Esistono scuole a tutte gli effetti, e lo sforzo diventa necessario. Lo trovo affascinante, ma non necessario. La seconda spiritualità ti dice semplicemente che questa libertà è già qui e non è frutto dell'esperienza. Tu sei già libero, indipendentemente dalla configurazione che la vita assume. Se entrambe le visioni vengono esasperate, nel primo caso avremo un intestardirsi e uno snaturarsi, nel secondo caso la scusa per non rendere più salutare il proprio quotidiano, perché "è già tutto perfetto così com'è." Come ogni cosa l'equilibrio sta nel centro. Il risveglio non è necessariamente un evento improvviso, e non necessariamente è definitivo. Esso è solo un indizio, un indicatore, un inizio. Ti dice che non stai vivendo, perché escludi, pianifichi, lotti, torturi te stesso. Il fatto stesso di definire qualcosa, permette alla mente di immaginarsela in qualche modo. In realtà il risveglio è proprio ciò che la mente non potrà mai affermare o definire. Non si risolve il conflitto, la patologia, il nodo, e poi ci si risveglia. La maturazione è qualcosa che si muove indipendentemente dalla sfera personale, ma la influenza. Le sofferenze, le tensioni, i conflitti, i traumi, sono presenti, e sono qui per dirci qualcosa. La saggezza comporta la capacità di riconoscere il disagio, e l'intestardirsi per rimuoverlo, per vincere la paure, per andare "oltre", per superare i traumi, viene visto per ciò che è: un'atto puramente infantile. Il trauma è lì per dirci qualcosa, va ascoltato. La maturità lo porterà via da sé, con l'ascolto. Quando il disagio non sarà più utile, allora andrà via da solo. Il frutto cade dall'albero da solo, appena è maturo. Si fa quello che è possibile, ma la maturazione, o come qualcuno lo chiama "risveglio", o la saggezza, non sono la fine del percorso. Cambia il modo di vedere la cosa, cambia il proprio atteggiamento, radicalmente. La gente vorrebbe raggiungere qualcosa per rimuovere paure, sofferenze, traumi. Fin quando questa pretesa sarà presente, nessun vero cambiamento è possibile.
"Il pensiero è come un flusso, non si interrompe mai. E' il suo flusso, il suo fluire naturale. Cercare di bloccarlo, controllarlo, è una forma di violenza."
D "Ma il pensiero non ci permette di vedere le cose per come sono."
"Vedere le cose per come sono è un rischio. Proiettare la conoscenza di ogni cosa su cui lo sguardo si posa, o immaginare qualcosa al di fuori del proprio campo di percezione, è una forma di sicurezza. Ogni mattina lo stesso cane, la stessa mamma, la stessa stanza. I miei stessi problemi, le mie stesse paure, il mio stesso corpo, la mia stessa fidanzata, la mia età, le mie mani, i tuoi piedi, le mie idee, le tue idee. Ogni sera le coperte, il sonno, i sogni, le pantofole. Il rischio non è gettarsi da un balcone, ma guardare le pantofole per la prima volta, senza proiettare la conoscenza tradotta nel linguaggio di "pantofola". [ .... ] Quando ricevi uno schiaffo, non esiste colui che te lo da e colui che lo riceve. Esiste una sensazione intensa definita dal tuo sistema di conoscenza come "dolore". Questo non significa che devi ricevere schiaffi senza difenderti, ma che di fatto l'esistenza di qualcosa che definisci come "lui" o "schiaffo" o "dolore" è solo un concetto. Ciò che è vero, è l'unica sensazione. Quando vedi una bella donna e te la porti a letto, è tutto avvenuto sempre dentro di te. Ogni volta che la tocchi, tocchi te stesso, dal momento che puoi sentire solo la tua mano. Di fatto all'esterno non è accaduto nulla, ma ciò che vedi ti inganna. Tu non devi divenire parte della sensazione, tu puoi solo essere una sensazione alla volta. Che poi definisci queste sensazioni come "caldo, freddo, tristezza, paura, attesa, amore, dolore ..." quelli sono solo concetti.
D "Il corpo è una cosa reale?"
"Il corpo è un pensiero. Non c'è il corpo per te, c'è sempre una sensazione alla volta. Tensione al petto, orgasmo, irrigidimento in una particolare zona ... non c'è mai il corpo. Il corpo è un'altro concetto. Quando ti alzi al mattino non senti il corpo, ma sempre e soltanto una sensazione alla volta, qualche volta definita come "pensiero" solo perché meno intensa. Il tuo pensiero è come la circolazione del sangue. Accade, senza bisogno di te. Tu, per come ti conosci, sei parte di quel flusso, non ne sei protagonista. Ciò che definisci "me stesso" è un flusso che non si interrompe. Se si interrompesse continueresti a definirti, ma solo per non finire in manicomio in questa società. Il problema è che ti credi un'entità reale, quando sei solo un pensiero alla volta che dice "io". Ogni volta che un pensiero muore, tu muori con questo. Tu sei una forma di sicurezza che si ripete. Ecco perché parlare di eliminare l'ego non ha senso, perché è come suicidarsi."
D "E i sentimenti? Sono anch'essi frutto del pensiero?"
"Tutto è frutto del pensiero. Vedi, quando si dice che il pensiero crea ogni cosa, significa questo. Il pensiero crea il mondo che conosci. Senza conoscenza non esiste nessun mondo, e non esiste nessuno che lo vede. Questo è pericolosissimo per l'ego. Che poi questo è stato tradotto come "posso usare il pensiero per arrivare ai miei scopi" è l'ennesimo delirio di onnipotenza della spiritualità del marketing. La vera spiritualità è pericolosa, mai sicura."
R "Si, e succede solo per un motivo. Non per qualcosa che dovresti fare e non fai. Succede solo quando pretendi che domani sarà meglio. Oggi piove, aspetto il sole. Oggi non esco, aspetterò domani che uscirò. Oggi è una giornata noiosa, domani andrà meglio. Sono solo, conoscerò qualcuno che mi renderà felice. Sono fidanzato, vorrei lasciarmi ed essere libero. Magari va anche come ti aspetti, ma manchi la possibilità di vedere che oggi c'è una pienezza, una bellezza che non chiede. I bambini molto piccoli lo sanno. Non è per mancanza di stimoli che la vita è vuota, ma perché ha bisogno di stimoli continuamente, come una droga, e prima o poi questi stimoli si appiattiscono ed esauriscono. Chiedi alle persone molto ricche. Il rischio è che non fai in tempo a vederlo, che già sei morto."
D "Qual'è il nostro"? Si può trovare un punto immobile"?
"L'io non è il centro, ma la periferia. Quello che tu definisci "te stesso", si muove nel mondo, o almeno così sembra. Parla, cambia idea, si contraddice, cerca, ha esperienze. Il centro è ciò che osserva anche questo io. L'osservazione non si fa, perché altrimenti è l'io che osserva se stesso, e lo farà sempre da un punto di vista parziale, che gli conviene o meno.
D "Allora il centro è introvabile"
"Il centro non si può trovare come un mazzo di chiavi. L'ego può essere visto in azione, ma non può morire, perché il pensiero che esista lo tiene in vita. Il centro è senza immagine."
D "Qualche consiglio"?
Il centro non può essere visto e toccato, ma la periferia si. Non tentare di afferrare il centro, ma osserva tutto ciò che sta nella periferia, cioè tutto ciò che si trasforma. Un praticante di arti marziali si muove, eppure è immobile. Le sue azioni provengono dal centro, non è più lui a muoversi, eppure solo il movimento può essere visto. Un musicista attraverso la musica, parla sempre del silenzio. Poiché non può, allora lo fa attraverso la periferia, cioè la musica. La spiritualità, le parole, parlano del centro, ma non potranno MAI essere il centro. Ecco perché tutte le pratiche sono destinate a fallire se tentano di far toccare il centro. La meditazione è un oggetto, proprio come un portamonete. La meditazione va e viene. Lo yoga va e viene. Mia nonna va e viene. La pioggia va e viene. Ogni cosa è li perché indica il centro, ma non potrà mai esserlo. Questo non significa che queste cose non servano. Servono come la musica. Servono come la pittura. Sono lì per ricordare quanto questo "io" non esista, ma non sono li per eliminarlo! Dunque, chi è che si illumina? Chiaramente nessuno.
D - Che ruolo ha l'immaginazione e la creatività in tutto questo? Stare con il reale è concreto, ma la vita è anche fantasticare, sognare, immaginare. In fondo i migliori artisti lo fanno ...
R - Se l'irreale è uno strumento di fuga dal reale, l'immaginario si colora di una carica emotiva che risulta essere la lama a doppio taglio che conosciamo bene. L’immaginario è estremamente creativo se parte dal riconoscimento del posto in cui sono, dell’emozione che vivo, e della situazione in cui sono dentro. Se immagino una via di fuga da tutto questo, non sarò mai realmente creativo, perché dico no a ciò che invece è si. Da questa posizione, da questo si, che è l’unica in cui mi ritrovo, allora nasce l’immaginazione e la fantasia. Se sono triste, non immagino di essere felice per fuggire dalla tristezza, non cerco di essere sorridente e allegro. Cosa c’è di creativo? Sto solo fuggendo la tristezza che ha una profondità che non conoscerò mai se la scavalco e la rimando! Se scivolo nella tristezza e la accolgo, allora ne diverrà uno strumento di profonda ispirazione, e da lì l’immaginario potrà prendere vita con una storia, un disegno, un film, un brano musicale, un ballo. Sono capace di ogni genere di esperienza se so immaginare, non ho bisogno di compierla. Con l’immaginazione posso andare ovunque, essere chiunque, stare con chi voglio. Chi è triste non ha fantasia, non ha immaginazione, perché motiva mentalmente le sue ragioni. Ma chi sente la tristezza senza commenti può creare tutti i mondi che vuole, può andare dove vuole, e viaggiare nel suo immaginario sconfinato. Se sei in prigione e vuoi uscire, non c’è creatività. Se accetti il fatto che non puoi uscire, allora lì nasce la creatività, e puoi scegliere di uscire da quella prigione volando via, e non sarai mai più in prigione. Immaginandola posso viverla emotivamente, toccarla con mano, giocare come voglio. Non solo non c’è niente di male, ma è estremamente stimolante. Non si pone nemmeno più il problema di dover fare i conti con la concretezza e la materialità del momento. [ ... ] Il problema del reale e l’irreale si pone se definisci. Le due cose sono la stessa cosa. Se sto facendo un bel sogno e mi sveglio in un reale che non mi piace, allora non si è creativi. Il sogno continua anche nella veglia. [ ... ] Mentre camminerà vedrà magia ovunque si troverà, perfino dal panettiere. Gli alberi parlano con lui, il cane è un essere sconosciuto, la signora anziana che passa potrebbe essere una strega dai poteri magici. Lui non sta rifiutando l’istante, e accogliendolo pienamente può finalmente giocarci. Dice si all’istante, all’evidenza, e quindi da quel si nasce la sua immaginazione. [ ... ] Non esiste più divisione tra reale ed irreale, dunque non vi è rifiuto, separazione e tentativo di manipolazione. Se tento di manipolare il futuro proiettando un sogno, non sono creativo, tutto il contrario! Sto cercando di legare la vita, di strapparla dal fatto che sia magica ed imprevedibile. Non mi permetto di ascoltare, perché preferisco parlare. [ ... ] Non è nel definire i miei gusti come elementi statici, che si crea qualcosa. Per essere creativo devo essere silenzioso, ascoltare, rallentare, fermarmi, e allora l’ispirazione arriva nel silenzio. Se la vado a cercare violento la bellezza. Non è nel selezionare solo una ristretta gamma di emozioni rifiutando le altre, che mi posso definire artista, perché quest’ultimo esplora la luce e il buio, finché capisce che l’uno e l’altro sono la stessa cosa. Non è nel condannare il male e la violenza che posso creare un’opera artistica, perché quest’ultima non può essere selettiva e parziale. Non è nel condannare mio padre che risiede il mio essere artistico, ma nell’amarne anche i suoi teneri difetti. Allora posso disegnare una caricatura di mio padre, e provare affetto mentre lo faccio, non critica. Quella è politica, non arte. Dall’agitazione non arriva un bel niente, sentirò di fare seicento cose ma nessuna veramente sentita. Non si tratta di fare ciò che si sente, ma di sentire ciò che si fa. Un pittore che vuole dipingere, non è un pittore. Un musicista che vuole vendere, non è un musicista. Se non sono in grado di vedere la bellezza della città in cui sono, qualsiasi essa sia, non potrò vederla da nessun’altra parte. Mi attirerà all’inizio qualsiasi cosa sia diversa per partito preso, ma poi finirà nel conosciuto e non mi sentirò più stimolato. Se non sono in grado di vedere la bellezza del muro che mi sta davanti, allora come potrò apprezzare la vita, come potrò mai iniziare a vivere ed immaginare? Anche un muro può darmi l’ispirazione per un libro. Se definisco mio figlio in un modo, è perché non riesco a stare con la magia del non sapere. Se mi descrivo in un qualche modo, è perché non sono pronto a vivere la magia del non avere punti di riferimento concettuali su qualsiasi cosa mi circondi. [ ... ] Puoi viaggiare con l’immaginazione a partire dal sì, e questo sognare integrerà ogni cosa. La fantasia è molto reale. Quando ti perdi in essa, quando credi in essa, sei un soggetto molto concreto.
"Finché il desiderio di pace non è così forte, ogni minimo rumore mentale può disturbarlo, ogni piccola offesa, fino ad inventarsi modi per sfuggire dalla noia, o creare problemi per ricordarsi di essere qualcuno."
D "Il mio desiderio di pace è fortissimo, allora perché non la sento"?
"Il desiderio di pace non è ancora la pace. Infine anche il desiderio sparisce. Questa pace non è dei sensi. E' qualcosa che non ha niente a che vedere con ciò che sei, o con ciò che accade. E' la base di ogni emozione, incontro, pensiero e sensazione. Limitati a desiderare la pace con tutto te stesso. Come? Guarda come crei ogni tipo di pretesto per volerti sentire al sicuro, per ottenere sensazioni piacevoli rinunciando all'altra parte di te che nemmeno conosci."
D "Vincere le paure"?
"No. Vederle. E' sufficiente vederle. Non si chiede di cambiare, non si chiede di ottenere, non si chiede di vincere le paure e diventare più coraggiosi. Vinte delle paure se ne creeranno altre. Si chiede, semmai, di vedere come funziona il meccanismo: vederne la ripetitività, vederne le solite trappole, le solite giustificazioni. L'auto osservazione non è una pratica per giungere a qualcosa, ma un semplice constatare. Una volta che hai visto chi sei, non ti importa più il cambiamento o meno. Non sono cose sotto il tuo controllo. Si può giocare con le proprie paure, ma non è questo il punto. Devi imparare a vedere i tuoi limiti. Non tentare di superarli. Questa pace non può essere trovata cercandola come un oggetto. Lo spazio è la pace. Quello spazio è sempre lì con o senza oggetti. Una volta che conosci lo spazio, allora potrai tornare a mettere tutti gli oggetti che vorrai."
Ti dicono di amare incondizionatamente, ma ti sforzi di farlo, non ci riesci. Se ti innamori, inevitabilmente questo ti esporrebbe al rischio di divenire vulnerabile. Allora ti auto convinci di aver raggiunto un livello in cui ami tutto e tutti, indipendentemente dall'essere ricambiato.
Ti dicono di perdonare il prossimo, ma a mala pena lo sopporti. Prima allora devi perdonare te stesso, ti dicono, ma quando ti cerchi non ti trovi. Non sai più chi sei, quindi non hai bisogno di perdonare se non hai più chi incolpare.
Ti dicono di pensare positivo, ma ti rendi conto che non hai controllo sulla nascita del pensiero, ma solo sul suo proseguire. Allora decidi semplicemente di accogliere ogni situazione, così come viene. Smetti di cercare di essere positivo, quando in fondo sei incazzato nero, anche se non sai contro chi o cosa. Quindi decidi di vivere quel momento, così com'è.
Ti dicono che devi far buon uso delle tue energie, soprattutto quelle sessuali, ma tu ti accorgi che le energie vanno e vengono, come ogni altra cosa.
Ti dicono che devi trovare il tuo scopo nella vita, ma non sapendo più chi sei, non sai neanche più cosa vuoi. Inizi però a fidarti di qualcosa che nemmeno sai, e lasci andare la presa del controllo.
Ti dicono di non essere geloso, ma non ci riesci, e osservi come anche nel mondo dei bambini e degli animali la gelosia è un sentimento presente.
Ti dicono di non esprimere le emozioni negative, eppure ti rendi conto che solo togliendo il tappo da una bottiglia che stava per scoppiare, puoi accorgerti della tua negatività nascosta. Solo osservandoti nell'atto stesso di .. puoi accorgerti VERAMENTE di chi sei e cosa ti tieni dentro.
Ti dicono di cercare l'illuminazione, ma prima o poi ti renderai conto che non puoi essere diverso da ciò che sei.
Ti dicono di rimanere nel momento presente, ma non puoi trattenere i pensieri a lungo. Semmai puoi togliere potere alla mente, ma non fingere di non poter vivere una vita di ricordi e desideri e speranze.
Dunque smetti di fingere, di forzarti una coerenza, e torna ad essere umano. Limitati semplicemente a constatare, senza rifiutare, scegliere, giudicare. Accogli la tua fragilità, contraddiciti, cadi, rialzati, sbaglia .... Un umano cerca di essere divino, e quando capisce che non può esserlo, torna ad essere umano.
Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé.
Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror.
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione.
Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?
Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.
Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.
Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.
Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.
Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa.
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.
HORROR O SPLATTER?
Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.
L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici.
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi.
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti.
Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo.
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui.
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA
Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.
La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura.
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti.
Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore.
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata.
Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti.
TRASCENDERE LA PAURA
E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva.
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)
Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono.
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo.
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".