"Indossiamo vestiti. Il vestito dell'uomo innamorato, il vestito della donna spirituale, il vestito della persona per bene e onesta, il vestito del dentista, il vestito dello yogī, il vestito del cristiano.Pensiamo che avere un figlio è essere padre, una laurea essere dentista, farsi il segno della croce essere cristiano, avere una buona elasticità essere uno yogī, conoscere il pensiero dei filosofi essere un filosofo, fare la carità essere caritatevoli.Niente di tutto questo fa di noi qualcosa del genere, finché non siamo disposti a dimenticarci di essere questo e quello e di essere fatti in un certo modo.Il concetto principale da sradicare è "io". Tutto il resto si poggia su questo concetto solido e lo perpetua. Niente di ciò che facciamo ha un qualche valore se è un aggiunta a questo concetto solido principale.Ricreare un'immagine di noi stessi ogni volta che approcciamo a qualcuno o qualcosa, è un disastro. Non ci permette MAI di entrare a contatto con nulla. Riconosciamo, vediamo, sperimentiamo che siamo NIENTE, e poi forse da lì è possibile fare una famiglia, avere figli, praticare yoga e andare in Chiesa."
"Non si sopporta la violenza perché si sente la possibilità di essere violenti. Ciò che al di fuori di noi si vuole condannare, reprimere, modificare, è sempre ciò che non vogliamo vedere in noi. La violenza del "mondo" diventa intollerabile quando siamo violenti. La vera violenza inizia quando pretendo che il mio corpo debba essere diverso, la mia mente pura e silenziosa, le mie azioni buone e giuste, il mio carattere sensibile e altruista. Questo si traspone in tutto il resto: mia moglie non deve pensarla in quel modo, il mio cane dovrebbe abbaiare di meno, mio figlio dovrebbe prendere sempre voti al di sopra del sette e mezzo, e il ladro non dovrebbe rubare. Non si vuol vedere come la violenza è vita, e dunque si ha paura della vita. Essa è violenza fisiologica, la natura stessa è violenza. La situazione mi presenta costantemente ciò che rifiuto in me quando rifiuto la situazione. Ogni occasione è preziosa per vedere quanto siamo violenti contro la violenza. Le intenzioni di pace, di fratellanza, di giustizia, sono l'inizio di ogni guerra."
[ .... ] " ... in una situazione senza possibilità di lavorare interiormente"
"Si ha l'illusione di credere cosa sia favorevole alla crescita interiore e cosa no, cosa mi serve e cosa non mi serve. Come faccio a saperlo? Chi mi credo di essere per saperlo? Crescita è una parola ingannevole, perché la vera maturazione passa sempre per una perdita di riferimenti, e non è volta all'acquisizione. Fare yoga o essere vegetariani non è detto che sia favorevole, perché ci si immagina più puri in queste attività. Niente di ciò che siamo profondamente è puro o impuro, niente nella realtà può essere purificato o sporcato. E' facile prendersi per persone spirituali quando si può meditare la mattina, mangiare il cibo che si vuole, evitare magari di innamorarsi e non esternare alcuna rabbia. Cosa succede nei momenti in cui mancano i libri profondi? In cui non ci sono maestri a disposizione e quando non c'è il tempo di meditare? Se dobbiamo improvvisamente partire per una guerra, se bombardano casa nostra, se perdiamo una gamba? In questo modo possiamo vedere a che punto siamo realmente. Non sto dicendo che sono situazioni necessarie per la crescita, ma non possiamo assolutamente dire cosa sia favorevole e cosa non lo sia. Alcune scosse che diciamo essere sfavorevoli sono, invece, proprio ciò che ci serve per rimuovere l'illusione di essere illuminati ed essere giunti da qualche parte. Se pensiamo che il guru sia favorevole e la mamma odiosa no, siamo in una fantasia.
"Dunque cosa è favorevole?"
"Tutto è favorevole quando l'indagine è una cosa seria. Chi dice questo si e quello no, non è onesto nella sua visione e non riesce a vedere che ha paura e cerca di coprirla. Favorevole è ciò che si presenta. Se sono povero, questo è favorevole. Se sono ricco, questo è favorevole. Se vengo lasciato, questo è favorevole. Se provo dolore, questo è favorevole. Ma se sono triste e cerco di meditare per stare meglio, non sono onesto. Se nel luogo in cui sono mi sento sfavorevole e penso che sia meglio andare in India dal grande guru, sto ancora sognando."
"Non dovremmo allora muoverci mai?"
"Impossibile, la vita è movimento, cambiamento. Semmai se ti muovi credendo di dover trovare qualcosa di favorevole da qualche altra parte piuttosto che qui, potrai anche farlo ma non troverai che delusione e frustrazione. Il vero cambiamento è possibile solo se la si smette di credere che il cambiamento è favorevole rispetto a qualche altra cosa. Chi crede di aver bisogno di qualcosa, è pericoloso. Cercherà sempre di prendere, amore o soldi, fa poca differenza."
"Riconoscere che non si vuole sincerità. La verità ci costringe ad un capovolgimento interiore. Un cane morde un'altro cane, è sincero. La sua azione è totale, non c'è qualcosa che avrebbe dovuto fare e non ha fatto, non c'è residuo psicologico. E' accaduto, c'è azione. L'attimo dopo i due cani potrebbero tornare a scodinzolare. Un bambino piange, si arrabbia, urla, è sincero. Da adulti impariamo a mentire, innanzi tutto a noi stessi. Vorremmo dire qualcosa, ma lo diciamo in un'altro modo. Poiché ci auto censuriamo, temiamo che gli altri lo facciano costantemente con noi. Poiché vediamo solo il lato esteriore, la forma, non possiamo andare in profondità, e ci sentiamo costantemente giudicati, offesi, urtati. Nella sincerità nessuno ci urta, nessuno ci giudica. Siamo sempre noi stessi che, con il nostro rumore interiore, pretendiamo che l'altro possa urtarci. Chi si sente giudicato, giudica."
"Se sei indeciso, non decidere. La maggior parte delle decisioni nasce perché si sta a disagio con l'indecisione. Quando sarai deciso, deciderai"
D "E se si deve scegliere per forza ? Che si fa?"
"Per forza non esiste. Da chi o da cosa si è forzati? Una decisione da prendere realmente "per forza" è una situazione in cui non c'è il tempo di pensare, e a quel punto viene presa istintivamente. Al contrario non è necessario decidere qualcosa"
"Accettiamo non in modo fatalistico, ma quando siamo posti di fronte all'evidenza di un fatto, per quanto sia negativo. Una resa, a tutti gli effetti. Anche se sembra che tu lotti, reagisci e ti scontri con ciò che non vuoi che accada, in realtà la resistenza è solo apparente. E' faticoso star dietro i perché, per come, i se, per colpa di chi, ecc. Perfino constatare che c'è rifiuto, è una forma di accettazione. Accettare in fondo è un’altra forma di immaginazione, non si accetta, si constata ciò che avviene. Stare con il non voler stare, è già la resa. Non puoi accettare ciò che crea costrizione e disagio, ma puoi constatare che non accetti , rimanendo dentro quel disagio. Quando c'è fiducia nel fatto che non potrai mai essere nell'errore, e nemmeno conservare orgoglio per aver conquistato qualcosa, tutto continua a seguire il suo flusso senza che tu crei ostacoli. Perfino l’apparente ostacolo fa parte del movimento. L’idea della scelta sbagliata, come di quella giusta, sono fantasie del pensiero."
"Alcune scelte del mio passato si sono rivelate sbagliate .."
"Esiste una sola realtà, ed è quella che stai vivendo. Le cose non possono essere andate diversamente. Riposa nell'evidente certezza che nella vita non c'è spazio ne per i sé, ne per i ma. Solo la mente può condurre immaginazioni fuori da ciò che accade. Questa non è filosofia, è l'evidenza. Ciò che fai o che non fai, è proprio ciò che fai o che non fai. Motivo per cui, se guardi indietro allo ieri, ad un'ora fa, ad un minuto fa, lo svolgersi dei fatti è ciò che non può essere mutato. Stai piano piano descrivendo un percorso, che non può essere diverso da quello che è. Non c'è spazio né per i sensi di colpa, ne per l'orgoglio. Poiché non puoi conoscere in anticipo le conseguenze di una scelta, nessuna decisione è giusta o sbagliata. Nessun errore, nessuna giusta decisione. C'è solo ciò che accade. Il resto è una sega mentale, che rende la visione alterata. Riposa nella certezza che nulla, in fondo, può toccarti davvero in questa periferia di esperienze. Ne sei fuori, perché non hai scelta. Quindi, contro cosa lotti? Cosa c'è che non va, anche quando qualcosa sembra non andare? Nulla, perché tutto è come deve essere ... altrimenti non sarebbe accaduto. E' semplice, ma tremendamente spaventoso. Libero dall'idea stessa di libertà che, paradossalmente, imprigiona."
"Osho faceva una differenza tra attività e azione [...,]"
[ ... ] Allora da lì sei libero, di agire o non agire, perché sai che non dipende da te e che l'errore non può esistere. Ti apri perfino se ricevi una batosta emotiva, qualcosa ti ferisce, qualche sogno si infrange. Non puoi che dire sì, il no non è ammesso. Non puoi dire sì in forma positiva, puoi solo constatare che le cose sono come sono. Dentro il disagio, l'apertura."
D - Quando si è molto insicuri riguardo a una decisione da prendere cosa dovrebbe prevalere nelle scelta?
R - I fatti prevalgono. Si può dire di tutto: "segui il tuo cuore, "segui il tuo istinto", "segui ciò che senti", ma alla fine sono parole.
La decisione che viene presa è generata dall'incontro tra fattori esterni ed interni imprevedibili.
D - Se ho ben capito sei fatalista in considerazione del fatto l'idea di prendere una decisione è illusoria.
R - Prendere una decisione è un'idea. Basta vedere come funzioniamo.
D - Funzioniamo spesso condizionati e non davvero liberi
R - L'idea stessa di libertà è un errore. Il cervello non può non essere condizionato. Un condizionamento cancella e sostituisce, o si somma, ad un altro condizionamento. La chiamiamo libertà, ma è un'altro condizionamento. Un pensiero nasce in risposta ad uno stimolo interno e/o esterno, ammesso che abbia senso dire esterno o interno, Quindi anche il pensiero "lascio andare" è una risposta condizionata a seguito di eventi stimolo-risposta. Un po' come dire che la lampadina crede di produrre luce, e invece ne è il tramite.
D - Beh, è la visione olistica che siamo parte dell'universo...però colgo anche un determinismo dal quale non si sfugge. Crediamo di scegliere ma non scegliamo un bel nulla perché non si sfugge dal condizionamento, giusto?
R - La scelta è apparente. Giochiamo a scegliere, a girarci se chiamano il nostro nome, a credere di essere nati e di dover morire. Giochiamo in questo sogno fatto di immagini e sensazioni.
D- Sbaglio o qui entriamo in una concezione mistica di tipo induista che insegna che la realtà è apparente?
R - La realtà è apparente, è un fatto La domanda è... a chi appare?
D - Diciamo che va interpretata ma se io ti do uno schiaffo il dolore lo senti
R - Certo ma infatti non si negano le sensazioni. Si nega l'idea di credere di sapere.
D - Diciamo anche l'io o ego, come lo vogliamo chiamare, esiste ed è insopprimibile perché è l'insieme di ricordi, sensazioni, condizionamenti esterni ed interni che si sono formati nella nostra mente.
R - Si ma non creano un problema. Il problema nasce quando non accettiamo questa sofferenza, il dolore, la paura, e l'incertezza.
D - Come fai a dire che non creano un problema? quanta gente sta male perché è stata condizionata nel modo sbagliato! conosco gli insegnamenti che dicono che la sofferenza va accettata per essere superata ma in alcuni casi è insopportabile prendila come una domanda che sto ponendo a me stesso e che giro a te.
R - Insopportabile può essere un dolore fisico. Se la sofferenza psicologica è insopportabile è segno che ancora non si è compreso il suo meccanismo. La sofferenza è una resistenza, quindi è la resistenza dell'ego a rendere insopportabile il tutto.
D - Quindi, ad esempio, se io mi libero dall'idea di essere un animale sociale e quindi dall'idea di aver bisogno degli altri, potrei vivere il resto della mia vita in una totale solitudine senza esserne sconvolto e sprofondare nella depressione?
R - La solitudine di cui parli potrebbe essere una fuga per la paura di soffrire. La solitudine è lo stato naturale. Bisogna liberarsi dall'idea di cercare di trovare una qualche forma di soluzione definitiva.
D - Per me rimane poco chiara questa questione dell'io...viene demonizzato perché apparente o foriero di dolore, eppure siamo chiamati ad amare noi stessi, ma cosa amiamo se affermiamo di non esistere o di dover morire a noi stessi?
R - Quello che causa confusione è che cerchiamo un nesso tra due tipi di spiritualità che in realtà si muovono in due direzioni OPPOSTE, mentre noi mescoliamo il tutto. Da un lato c'è una spiritualità del marketing che ti dice che tu sei creatore, che puoi visualizzare ciò che vuoi e ottenerlo, che ti reincarnerai e potrai goderti più vite, che spari laser e attraversi i muri, che sei figo e onnipotente. In sostanza sei Dio. Basta che ami te stesso, credi in te stesso, e pompi te stesso. L'altra, la vera spiritualità, ti dice le cose come stanno, ovvero di rimuovere tutte le illusioni scavando più che puoi, e tu non sei il creatore, ma parte della creazione del sogno della, chiamiamola, coscienza. La prima spiritualità ti da speranze, la seconda, la vera, te le toglie.
D - E quindi in quanto parte del sogno e della creazioni saremmo immortali?
R - In quanto ego no, cioè in quanto ciò che conosciamo di noi e che vorremmo si conservasse in eterno. In quanto essenza non siamo mai nati e non possiamo morire. La natura funziona così. Il corpo si trasforma, non muore. Il pensiero teme di morire.
D - Si avvicina molto al mio pensiero anche se non abbiamo le prove per dimostrarlo la realtà rimane un mistero.
R - la verità è un fatto ed è una prova senza dubbi. Per questo i nostri pensieri non contano, le opinioni non contano. La realtà è vero che rimane un mistero, ma la sua scientificità è proprio il mistero stesso. Non appena si tenta di dimostrare il mistero, allora rientriamo nell'errore di volerlo rivelare per paura.
"Le cose accadono e basta. Se tu vuoi dargli un motivo, va bene."
D "Alcune coincidenze sono strane. Ciò che deve accadere accade.
"Nessuno è nella posizione per poter affermare nulla del genere. Ogni cosa è mistero. Un cucchiaio è mistero. Un evento è mistero. Uno specchio è mistero. Noi, per una questione di sicurezza, vogliamo dare un senso a tutto. Ce la facciamo a lasciare le cose semplicemente per come sono? Ce la facciamo a smettere di pretendere di capire e sapere sempre tutto? Destino? Caso? Sfiga? Attrazione? Chi può dirlo? Se vogliamo fare gli spirituali, dobbiamo essere pronti a perdere le certezze non ad acquisirne delle altre. Succede un evento lieto e diciamo che è un dono del cielo, un miracolo. Accade qualcosa di spiacevole, ed è il male, il Diavolo, o la sfiga, o era scritto. Diamo significati come ci conviene a noi. Il nostro Dio è onnipotente fino ad un certo punto ... ogni tanto si distrae .. "
Con l'immaginazione costruiamo scenari ipotetici, mondi paralleli, tutti fatti di se ... Se non avessi fatto questa scelta, a quest'ora sarei .... Se avessi continuato a studiare, adesso dovrei ... Se continuavo a stare con lei, sicuramente avrei ... Tuttavia, togliendo i mondi paralleli dei se esiste solo una realtà, solo una strada, ed è quella in cui ti trovi ora. Non ce ne sono altre. Doveva andare così com'è andata. In sostanza, per quanto possiamo immaginare delle conseguenze nelle "nostre" azioni, non sapremo in fondo mai cosa avverrà finché non ci stiamo nel momento. L'evoluzione di una conseguenza, è possibile solo se stiamo vivendo concretamente l'esperienza. Il resto è immaginazione che, per quanto magari possa avvicinarci statisticamente alla realtà, sarà sempre alterata e circoscritta nei nostri file - mentali, ovvero il nostro passato.
Ora, tutti cerchiamo un equilibrio, tutti noi vogliamo fare la scelta giusta. Io dico, con assoluta ed evidente certezza, che non possiamo mai sbagliare. Ciò che la mente stabilisce come errore è, o qualcosa legata ad un'ipotesi futura, dettata quindi da esperienze pregresse che congelano le infinite variabili possibili ... oppure il non soddisfacimento, al passato, delle aspettative riposte nell'esperienza attuale. Potremmo perdere tutto, entrare in depressione rimanendo nostalgici nel pentimento di aver "sbagliato strada". "Ah .. se fossi rimasto al mio posto, a quest'ora non sarei in questa situazione di merda ..." Oppure .. "fortuna che ho fatto la scelta giusta ... altrimenti ..." Altrimenti cosa? Nel possibile mondo parallelo in cui si sarebbe sviluppata la nostra vecchia vita, possiamo sapere come si sarebbero evoluti i fatti? Certo che no. Possiamo ipotizzare, ma sempre in relazione al passato. Dunque le nostre opinioni risultano distorte, frammentate, parziali, di parte.
Pur riposando nell'evidente certezza di questa verità, cioè che esiste una sola strada e non un apparente bivio, rimane tuttavia un'insoddisfazione di fondo. Non è vero? Un "ma, un se, un però, un chissà ..." Consideriamo la diversità, lasciando perdere per un attimo la ricerca di una felicità assoluta, oggettiva, totale, a favore di una relativa, personale. Non me la sento di dire "la felicità dipende da ciò che sei, e non da ciò che fai o che hai", e nemmeno "trova la felicità dentro di te" Semmai questo è un inizio. E' innegabile che abbiamo diversità fisiche-mentali, e che ciò che fa stare bene me, potrebbe non soddisfare un'altro. Se quel disagio è presente, non bollatelo come "sbagliato", non cercate di tapparlo fingendo una comprensione superiore. Non escludetelo solo perché mentale ... non dategli nomi e accoglietelo, ospitatelo, amatelo, studiatelo. Se un ambiente fisico vi fa star meglio di un'altro, cosa c'è di sbagliato? Se un lavoro vi piace e un'altro no, cosa c'è di male?
Un illuminato sta bene ovunque sta? No, sta dove deve stare, male o bene che sia, perché sa che non potrebbe stare da nessun'altra parte che in questo posto in questo momento. Non immaginate un risvegliato come un santo che sorride sempre e ovunque, o che benedice tutto ciò che trova. Dunque, la ricerca di una soddisfazione personale non è qualcosa da rifiutare, da ripiegare, da "tappare". Tutt'altro. Il riconoscimento della bellezza di fondo in quanto INCLUSIONE di tutti gli stati, negativi o positivi che siano, è illuminazione. Riposa, quindi, nell'evidente certezza che tutto è così come deve essere, anche nell'indecisione, nella sofferenza, nell'errore apparente e nella non completezza. Questa completezza, racchiude anche la non completezza.
Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé.
Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror.
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione.
Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?
Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.
Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.
Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.
Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.
Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa.
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.
HORROR O SPLATTER?
Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.
L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici.
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi.
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti.
Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo.
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui.
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA
Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.
La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura.
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti.
Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore.
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata.
Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti.
TRASCENDERE LA PAURA
E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva.
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)
Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono.
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo.
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".