"Accettare qualcosa è romanticismo. La situazione, l'istante, è scientificamente inevitabile. Non c'è spazio per qualcuno che debba accettare o meno. Non c'è il tempo né lo spazio, ma solo azione. La situazione, la vita, il momento, non ha bisogno della nostra approvazione. Si fa fronte a ciò che si presenta, senza commenti. Se ci sono dei commenti, l'istante ha presto questa forma. Si parla di accettazione quando non si accetta che il controllo è un'illusione"
"Secondo te siamo liberi di scegliere se reagire o agire? O non
c'è nessuna libertà di scelta?"
"Ogni azione è una reazione. Non esiste
un'azione scollegata che si possa definire personale, se osservi attentamente
il tuo quotidiano."
Anche se si è "risvegliati"?
Non si è risvegliati! Si è quello che
si è.
Essere risvegliati è essere, ed essere è senza
etichette o diplomi.
Grazie delle risposte anche se non riesco a concepire di essere
senza libertà di scelta se è questo quello che hai detto.
Non lo devi concepire o non concepire, ma osservare. Guarda bene quelli che definisci tuoi pensieri,
azioni, emozioni, e cerca di trovare dove pensi di avere il controllo.Ad esempio questa conversazione: hai scelto delle risposte da dare o sono state conseguenza anche delle mie? Puoi scegliere che pensiero avere prima di percepirlo? Puoi stabilire se avere lo stimolo per fare pipì? Puoi stabilire prima come ti sentirai se tua moglie ti lascerà? Il tuo passato può essere stato diverso di un millimetro?
Si osserva scientificamente tutto questo. La libertà è anche un concetto romantico. La libertà è adesso, ed è slegata dalla situazione. Si è liberi di non dover essere liberi. Per quello che credi di essere, cioè una persona che ha delle scelte, non sarai mai libero. Si è libertà, non liberi. Non esiste alcuna libertà se non nell'istante. Voler essere liberi da qualcosa, è paura di vivere. Volersi liberare è imprigionarsi.
"Sono libero di osservare o non
osservare, di essere consapevole o di non esserlo? almeno questo concedimelo"
"Vedi, la paura di non essere libero è
proprio ciò che ti imprigiona.
Stiamo appiccicando parole per coprire il dato
di fatto che si ha paura. L'unica cosa che dico è di stare onestamente con
quella paura, senza cercare di coprirla con un'idea di risveglio, di essere se
stessi, di essere liberi o consapevoli.
C'è paura, è un fatto. Stai con quella paura, sentila, ascoltala"
"Spesso mi sento urtato nella sensibilità. Al di la di ciò che dici, mi ritengo una persona particolarmente sensibile."
"Che significa "io sono una persona sensibile?" La persona non può essere sensibile, perché cercherà sempre il suo tornaconto emotivo. E' frequente prendersi per persone sensibili, quando invece si vuole compiacersi della propria fragilità affettiva con retrogusto sentimentalista. Vedersi come persone sensibili è solo un'altra immagine, molto utile nei contesti sociali convenzionali, che vivono nella separazione "io sensibile, tu no, io ferito tu non comprendi..." La vera sensibilità, se è la verità che cerchiamo, inghiotte la personalità e il concetto stesso di sensibilità. Sensibilità è ascolto. In questo ascolto non può esserci posto per un io sono sensibile. L'io traduce questo ascolto per riportarlo al conosciuto, quindi alla sua convenienza. In un ascolto senza riferimenti, senza cause, senza etichette, senza bisogno, si scorge la sensibilità che non è di nessuno, se non nel pulsare stesso di quella che chiamiamo vita. Essere sensibili significa essere vuoti, disponibili, non fragili e romantici. Sentirsi urtati nella "propria" sensibilità è sintomo di mancanza di sensibilità, perché nell'ascolto niente può urtarci se non noi stessi. Quando si oppone resistenza, non si ascolta. Quando ci si sente toccati personalmente, si ascolta questo malessere senza pretendere di essere qualcosa. Non tradurre le tue paure appiccicando etichette, come quella di persona sensibile."
"Non riesco a liberarmi dalle mie abitudini e dai miei condizionamenti"
"Quando un condizionamento e/o abitudine è visto, non è più un'abitudine ma una scelta. Si può definire condizionamento un meccanismo ripetitivo di cui non siamo coscienti. Se sei cosciente delle tue restrizioni, chi ti vieta di abbandonarle?
"La paura credo"
"Ad un certo punto si ha più paura del noto che dell'ignoto. Se non sei ancora a quel punto significa che hai bisogno del riferimento abitudinario per sentirti al sicuro."
Ti dicono di amare incondizionatamente, ma ti sforzi di farlo, non ci riesci. Se ti innamori, inevitabilmente questo ti esporrebbe al rischio di divenire vulnerabile. Allora ti auto convinci di aver raggiunto un livello in cui ami tutto e tutti, indipendentemente dall'essere ricambiato.
Ti dicono di perdonare il prossimo, ma a mala pena lo sopporti. Prima allora devi perdonare te stesso, ti dicono, ma quando ti cerchi non ti trovi. Non sai più chi sei, quindi non hai bisogno di perdonare se non hai più chi incolpare.
Ti dicono di pensare positivo, ma ti rendi conto che non hai controllo sulla nascita del pensiero, ma solo sul suo proseguire. Allora decidi semplicemente di accogliere ogni situazione, così come viene. Smetti di cercare di essere positivo, quando in fondo sei incazzato nero, anche se non sai contro chi o cosa. Quindi decidi di vivere quel momento, così com'è.
Ti dicono che devi far buon uso delle tue energie, soprattutto quelle sessuali, ma tu ti accorgi che le energie vanno e vengono, come ogni altra cosa.
Ti dicono che devi trovare il tuo scopo nella vita, ma non sapendo più chi sei, non sai neanche più cosa vuoi. Inizi però a fidarti di qualcosa che nemmeno sai, e lasci andare la presa del controllo.
Ti dicono di non essere geloso, ma non ci riesci, e osservi come anche nel mondo dei bambini e degli animali la gelosia è un sentimento presente.
Ti dicono di non esprimere le emozioni negative, eppure ti rendi conto che solo togliendo il tappo da una bottiglia che stava per scoppiare, puoi accorgerti della tua negatività nascosta. Solo osservandoti nell'atto stesso di .. puoi accorgerti VERAMENTE di chi sei e cosa ti tieni dentro.
Ti dicono di cercare l'illuminazione, ma prima o poi ti renderai conto che non puoi essere diverso da ciò che sei.
Ti dicono di rimanere nel momento presente, ma non puoi trattenere i pensieri a lungo. Semmai puoi togliere potere alla mente, ma non fingere di non poter vivere una vita di ricordi e desideri e speranze.
Dunque smetti di fingere, di forzarti una coerenza, e torna ad essere umano. Limitati semplicemente a constatare, senza rifiutare, scegliere, giudicare. Accogli la tua fragilità, contraddiciti, cadi, rialzati, sbaglia .... Un umano cerca di essere divino, e quando capisce che non può esserlo, torna ad essere umano.
Tutto ciò che inizia, raggiunge un picco massimo, e dopo inizia a discendere per finire. Ricordalo, nell'attimo stesso in cui inizia sta già finendo, così lo apprezzerai veramente. Non mentire a te stesso, accetta l'inevitabile mutare delle forme. A volte i ricordi sono così intensi che non accettiamo la parabola discendente, decidendo di aggrapparci con i denti ad un fantasma. La bellezza di qualcosa, probabilmente, sta proprio nel fatto che non dura. Noi ci aggrappiamo a questi ruoli, questi ricordi, queste vecchie emozioni, per la paura di accorgerci che, in fondo, sta finendo tutto per iniziare un nuovo ciclo.
Non abbiamo mai avuto il controllo, si trattava solo di assistere come osservatori a quel periodo. Vorremo passare dall'altra parte portando con noi qualcosa che faceva parte di un vecchio "me stesso", di una vecchia idea, ma non è sempre possibile. Quasi sempre, per passare dall'altra parte, dobbiamo sacrificare molte cose. Non solo persone, lavori, o altro .... ma soprattutto convinzioni, ricordi, idee, emozioni radicate.
Non aver paura dei sogni che cambiano, trascinandosi odori nuovi, pensieri nuovi, sentimenti nuovi, paesaggi diversi, emozioni nuove, persone nuove, opportunità e problemi differenti. Impara a lasciare andare ciò che non hai mai avuto, e goditi il viaggio, perché sai che un giorno dovrai tornare a casa. In questo "lasciar andare ciò che sai non essere mai stato tuo", si nasconde tutta l'essenza della vera saggezza. A questo riuscire a non soccombere ai ricordi o alla paura dei misteriosi eventi futuri, si nasconde il vero coraggio. Nella realizzazione che tutto cambia, comprendi chi sei: ovvero il mistero dell'immobilità dietro il cambiamento.
La paura di lasciare andare nasce dall'illusione di poter trattenere. Nessuno può trattenere qualcosa o qualcuno, se non con la forza, se non con la paura, se non con la violenza, fisica o psicologica che sia. Le nostre famiglie si basano sull'idea che qualcosa, se è vera, dev'essere per sempre. Niente è per sempre, se non una illusione che si autoalimenta in se stessa. Il matrimonio è la paura del cambiamento libero dei sentimenti, l'amico del cuore non ci deve mai tradire, il figlio deve essere riconoscente, rispettoso e fare ciò che il genitore si aspetta, il lavoro deve essere definitivo e ben pagato ... tutto sempre sotto controllo. Da quì, la sofferenza. Perfino il me stesso deve essere sotto controllo, accettato, rispettato, ben voluto e riconosciuto dagli altri.
Il riconoscimento dell'illusione del controllo, se non avviene attraverso un lavoro di presa di coscienza, potrebbe portare a serie deviazioni mentali che possono sfociare anche su episodi di aggressività e coercizione. Un amore può essere per sempre solo quando entrambe le parti sono pronte a smettere di aggrapparsi al passato, al "com'era bello una volta", accettando i loro mutamenti esteriori ed interiori. Accetta che tu sei parte del cambiamento, e osserva chi osserva questo cambiamento. Allora tu ne sarai oltre, e non ti sentirai morire quando accadrà.
Semplicemente continuerai a prenderne atto, e giocherai con le forme senza renderle rigide. Non ti interesseranno i ricordi degli eventi passati, ma le emozioni ad esse collegate. Così facendo gioirai in quel ricordare, senza confronti e rimpianti, come se tutto scorresse come un film. Lo so, è dura, ma in questa paura del non controllo è nascosta proprio quell'immensa liberazione. Essa consiste nella scelta di non dover soffrire nel vecchio modo.
Esistono artisti che sperimentano emozioni definite negative. Alcuni di questi si "servono" di esse per riconoscere l'essere umano nella sua totalità e per sperimentarlo in tutte le sue sfaccettature. Altri invece sono "bloccati" all'interno della negatività (o della positività), e fanno del loro creare un qualcosa che come fine abbia la negatività/positività stessa. Quindi in altri termini, nel primo caso l'artista si "serve" dell'emozione per trascenderla, nel secondo caso il fine diventa l'emozione in sé.
Coloro che entreranno in risonanza saranno allo stesso livello, più profondo nel primo caso, più superficiale nel secondo.
La curiosità verso la conoscenza di sé, porta l'uomo a dirigersi spesso in lidi meno "positivi", come ad esempio un certo "strano" interesse verso il genere horror.
Cosa spinge l'uomo ad essere attratto verso la paura, un'emozione definita negativa? Perché identificarsi con essa? Se prendiamo ad esempio il film pornografico, l'attivazione dei neuroni - specchio stimolano l'eccitazione.
Fin quì ok si potrebbe dire, ma allora perché una persona che fugge dal dolore è comunque attratta da esso?
Analizziamo la paura, non come concetto ma come precisa sensazione fisica. Dunque non come disagio/preoccupazione legato al tempo (la paura di non trovare lavoro, di non essere accettato, di essere abbandonato, ecc.), ma come istinto di sopravvivenza nell'istante, ovvero quella che considero la vera paura. Il resto è solo un concetto, solo paura della paura che attiva comunque risposte fisiologiche simili se non identiche, ma che non è legata ad un reale pericolo, come nel caso di una fobia.
Essa attrae, altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente si butta nei sport estremi, nelle arti marziali o nell'alta velocità. La paura come sensazione permette alla mente di fermarsi, essendo la sua natura un chiacchierio senza fine, quantomeno la paura permette ad essa di focalizzarsi nel momento presente. Chi non riesce a trovare un "centro meditativo" nella sua vita (per approfondimenti leggere gli altri miei post), sente il bisogno di fermare quel maledetto chiacchiericcio attraverso qualche via di fuga.
Questa tensione fa sentire vivi, svegli, in allerta. Nella società condizionante in cui viviamo l'essere umano sembra cercare nuovamente il bisogno di risvegliare questo stato di attivazione.
Il fattore determinante è il seguente: poiché nella mente si crea lo scenario dell'irreale (è solo un film) questo è sufficiente per creare quel distacco per "godersi" la paura in tutta tranquillità, tanto prima o poi il film finirà. Quindi è come un prendere in giro la paura stessa, come un voler superare la paura della morte ... un sottolineare il fatto che ci si sente sicuri, comodi, seduti su una sedia. Ecco spiegato il rapporto paura/divertimento.
Azzarderei dicendo che chi ama/dipende dai film horror ha paura di morire, e attraverso essi si prende gioco di questa sua paura e cerca di dimenticarsene.
Potrei ancora azzardare dicendo che chi si sente spinto dalla necessità di sperimentare la paura, solitamente cerca di sfuggire dalla noia, condizionato dal fatto che non riesce a star bene con se stesso se non prova sensazioni forti. La noia sembra divorarselo, e vorrebbe esorcizzare questa paura di "morire" beffandosi della paura stessa.
E' un po' come il credere di essere innamorati, scambiando l'amore per un'emozione. Essa inevitabilmente finirà, e si crederà di non amare più quella persona cercando sensazioni forti con un'altra. Le persone cambiano, il problema rimane.
HORROR O SPLATTER?
Vorrei fare innanzi tutto una differenza tra il genere horror e lo splatter, spesso confusi tra loro.
Trasmettere paura, come far ridere, non è cosa da poco. Oggi sono pochi i film che riescono veramente a spaventare, favorendo effetti speciali, sequel e prequel infiniti, remake in chiave moderna o 3D di film di successo ... insomma i "trucchi" per nascondere la carenza di idee sono tanti, e vista la superficialità del pubblico, hanno ovviamente sempre un grande riscontro.
Horror può essere qualcosa che non mostri una goccia di sangue, eppure mantiene in suspance per tutta la sua durata. La violenza fisica "grezza" associata al genere horror, crea ormai grande confusione e banalizza qualcosa di veramente artistico come la capacità di trasmettere paura.
L'attrazione verso lo splatter, è ben diversa dall'attrazione verso l'horror. Un adolescente di solito si sente attratto verso lo splatter, e i motivi sono semplici.
Egli è in guerra con il mondo e con se stesso, i cambiamenti fisici da un lato lo spaventano ma dall'altro lo eccitano. Questa tempesta ormonale collegata con una fortissima energia sessuale, lo spinge verso lidi estremi.
Lui stesso si sente un "mostro", un diverso, un disadattato ... quindi rivede nei "cattivi" se stesso, e prova un sottile piacere nelle immagini di violenza e squartamenti vari. Il vampiro ad esempio è il simbolo della sessualità nella sua espressione più violenta.
Direi che non c'è niente che non va, a meno tutto questo non diventa un'esigenza perpetuata nel tempo. La repressione sessuale, la ribellione e i cambiamenti fisici, sfociano in questo tipo di comportamenti e gusti.
Un prolungamento del piacere sperimentato attraverso lo splatter, tuttavia, rivelerebbe una violenza interiore che cerca sfogo in qualche modo.
Divertirsi guardando sbudellamenti e squartamenti, non riesco a vederlo come un comportamento sano, soprattutto superata una certa età e seguiti con una certa insistenza. A mio avviso rivelerebbe una repressione sessuale, una rabbia interna inconscia, e un'enorme paura della morte che cerca di essere esorcizzata godendo letteralmente nel vedere il dolore altrui.
Non mi stupirei che si tratta di quella tipologia di soggetto che ride alla vista di qualcuno che inciampa e si fa male per davvero, oppure che si diverte a visionare video di incidenti, provando sempre grande ilarità. Nel sesso questa tipologia di soggetto non trova soddisfazione, poiché cercando di essere "violentato" un po' da tutti, non riesce a godere di un rapporto che oltre ad esso abbia anche un vero sentimento di amore. Anzi direi che attraverso il sesso fugge dell'amore, così come attraverso la violenza nascosta fugge dall'amore verso se stesso.
Ricordo che sesso e violenza sono strettamente collegati ... ad un certo livello.
PAURA E' ARTE, NON VIOLENZA
Essa può essere generata in due modi:
1) il primo è attraverso il sobbalzare (istinto), creando una suspance visiva/musicale, in cui lo spettatore si identifica con il personaggio che attraversa ad esempio il corridoio buio per poi saltare per aria al colpo di scena. Classica è anche la scena della tizia sotto la doccia, in cui ormai anche il mio cane sa che le accadrà qualcosa di poco piacevole.
2) il secondo è attraverso la paura psicologica, generata cioè dall'attesa nel tempo di qualcosa che potrebbe accadere. Un umore di sottofondo, un disagio costante, ed è questa l'altra carta che il film dovrebbe ben giocarsi. Più, ad esempio, il film horror è legato a qualcosa che viene interpretata dalla mente come "possibile", più ci si allontana dal fantasy-splatter adolescenziale, e maggiormente ci si avvicina al concreto. L'idea di Paranormal Activity ad esempio non è male, calando lo spettatore all'interno di una prospettiva realistica, ma la realizzazione lascia molto a desiderare.
Gusti.
La prevedibilità dei registi mi fa un po' sorridere, considerando che esistono tecniche veramente valide per creare questo tipo di reazione (risposta istintiva), senza bisogno di servirsi della convenzionale suspance prima dello scatto di paura.
Ciò che fa realmente spaventa, così come ciò che fa ridere, è generato soprattutto dal prendere in giro la mente. L'imprevedibilità terrorizza o fa scoppiare da ridere, perché il pensiero si ferma rompendo i suoi schemi condizionanti.
Per farla breve, se all'interno di un film presento una scena di tranquillità in cui la moglie abbraccia il marito con una musica rassicurante di sottofondo, e improvvisamente cambio la voce alla donna, pur seguendo la stessa linea di apparente tranquillità, questa interferenza crea un disturbo alla mente. Non se lo aspettava!
Un artista che riesce a disturbare la mente, che crea immagini e sensazioni anche apparentemente slegate tra di loro, riesce a superare i confini del prevedibile, lasciando un reale segno nello spettatore.
La mente segue delle linee chiare di cause-effetto, essa è fondata sul suo concetto di senso, sulla logica. Per cui se la musica cambia in negativo, sicuramente qualcosa di brutto sta per accadere. Il regista "grezzo" si serve di questo stratagemma per far identificare lo spettatore, ma se egli è "sveglio" riesce a non identificarsi e trova banale e prevedibile questa tecnica ormai abusata.
Un orsacchiotto sorridente è grazioso. Un mostro cattivo è brutto. E se io fondessi un orsacchiotto con un mostro brutto e cattivo?(volendo banalizzare) Creerei un'interferenza, un disturbo. I campi di applicazione sono infiniti, e non necessariamente basati sulla violenza fisica.
Immaginate una scena in cui, sempre in un momento di tranquillità, due amici conversano in macchina e uno dei due inizia ad urlare frasi senza senso. Ovviamente il tutto legato ad una trama, ad un senso, ma giocando sempre con queste sensazioni contrastanti.
TRASCENDERE LA PAURA
E' possibile godere pienamente di qualcosa solo dopo averla superata, altrimenti se ne diventa schiavi senza neanche rendersene conto.
Una persona che ha riconosciuto e accettato tutte le sue parti, comprese quelle che vorrebbe non vedere, può cambiare forma perché non ha più una forma definitiva.
Guardare un film horror a quel punto diventa un modo come un'altro per passare il tempo, e se ricco di una buona trama e di una certa abilità della regia, può veramente risultare un buon film (un esempio sono buona parte delle storie di Stephen King, che riesce a mescolare horror psicologico a trame veramente coinvolgenti.)
Piacevole non è solo qualcosa di positivo, perché rifiutare altre sensazioni significa, spesso, non voler vedere parti di sé che non piacciono.
Questo accade per esempio nel pregiudizio musicale, e a questo proposito vi rimando al mio post sulla musica oggettiva.
A volte la paura dei film horror potrebbe essere collegata alla paura di riconoscere che, in fondo, vive in noi una parte violenta e incontrollabile, animale, che non vogliamo vedere.
Non sempre è così, perché se il film in questione è superficiale, cioè basato su una violenza fine a se stessa (come Saw) il disturbo generato dalla sua visione è, a mio avviso, giustificatissimo.
In altri casi, riconoscere "l'oscuro" (inteso come il non conosciuto) come parte di se e accettarlo, significa trascendere la paura, e poter inglobare tutte le emozioni che si fondono in'unica essenza.
Questo è l'artista oggettivo, cioè colui che ha inglobato tutto, e si serve della forma per trasmettere un contenuto oltre essa.
Egli è centrato, nel senso che pur trasmettendo sensazioni negative, sperimenta uno stato di neutralità. La comunicazione passa solo quando il fruitore è al suo stesso "livello".
La risata e il sorriso, sono processi in cui si verifica una risposta a un determinato stimolo “comico” esterno, producendo una risposta positiva.
La risata è istintiva, governata dal cervello primitivo (anche le scimmie ridono), ma può anche risultare meno spontanea. Ad esempio nel sorriso “finto” non sono coinvolti i muscoli orbicolari degli occhi che, infatti, fanno sorridere gli occhi. Interessante è notare come, alla presenza di un film comico o battuta, alcuni ridono e altri no. Cosa differenzia i vari tipi di comicità? Cosa c’entra con gli argomenti affrontati in questo blog? Ci arriveremo. Si può ridere di una comicità inaspettata, si può ridere di una incongruenza, un non senso, oppure di un contenuto sessuale e aggressivo. NONSENSE, SMORFIE E “BUFFONERIA”
Perché ad alcuni fa ridere il nonsense? Questa è una mia teoria. La mente crea delle barriere di sensatezza e logicità, e alcuni sentono il bisogno di andare oltre, di spezzarle, di superarle. Tutto deve essere spiegato sempre razionalmente, altrimenti … si va fuori. C’è chi, oltre il muro della logicità razionale, non riesce e non vuole andare. Il nonsense, non lo fa ridere. Normalmente si tratta di soggetti maggiormente colpiti da una comicità più prevedibile, più schematizzata, più razionalizzata e di cultura. Non sanno rendersi ridicoli, non sanno tornare bambini.
Gli automatismi sono scardinati dalnonsense, che si fa beffe dei limiti condizionanti. Poi c’è chi ride vedendo qualcuno cadere o scivolare, e normalmente non sono coloro che ridono del nonsense e di una comicità “irrazionale”. C’è chi ride quando qualcuno si va veramente male, o magari si ride delle disavventure altrui per un senso di superiorità. Perché si ride del dolore o pericolo altrui?
BATTUTE A SFONDO SESSUALE
Mentre nella risata “nonsense” la tensione psicologica viene scaricata attraverso l’abbattimento di un limite logico, nelle battute a sfondo sessuale non puoi ridere se non sei, almeno in parte, represso. La violazione di un tabù permette di scaricare la tensione sessuale e, di conseguenza, generare una risata liberatoria. Quando ci si libera di queste inibizioni, disagi “controllo – repressione” sessuale e dal senso di colpa, le battute a sfondo sessuale non fanno più ridere. E’ chiaro, una certa acutezza potrebbe far ridere comunque, dipende sempre dalla battuta, ma è comunque difficile. Stesso principio vale per il risentimento religioso, che provoca una ilarità – reattiva nei confronti di battute di questo genere.
SARCASMO, SATIRA
Con il sarcasmo si umilia l’altro, mentre la satira (es. classico a sfondo politico) si evidenziano caricature, storpiature e difetti del personaggio, mettendo in risalto gli aspetti negativi. La pressione del sistema politico porta a reagire ridendo della satira politica, per esorcizzare questa insofferenza e disagio di fondo. Il risentimento nei confronti dell’uomo potente, trasformandolo in un fumetto, ci permette di poterlo attaccare quantomeno in questo modo.
RIDERE DELLE DISGRAZIE ALTRUI Mal comune, mezzo gaudio.... Le tante ingiustizie e frustrazioni ci portano a ridere del fatto che, se vediamo qualcuno che le subisce ci sentiamo inconsciamente meglio scaricandone la tensione e ridendo. L’attrazione verso il film horror/splatter e la violenza estrema, è un meccanismo simile, un modo per scaricare la tensione esorcizzando questa paura. Provoca sollievo vedere che non capita a noi ma a quell’altro, non ci sentiamo in colpa perché è un film, e quindi ridiamo o ci piace spaventarci. Ma è un’altra risata dell’uomo condizionato, frustrato, represso. Se non si esce da questi condizionamenti il sadismo interiorizzato ha bisogno di scaricarsi in vari modi, e uno di questi è la risata attraverso questa comicità “bassa”. I fatalisti, infatti, utilizzano l'umorismo aggressivo e violento, che li fa sentire superiori e consente loro di scaricare le tensioni. Il loro rancore e senso di inferiorità, li induce a preferire barzellette contro gruppi etnici, culture e costumi.