giovedì 20 ottobre 2016

DIALOGHI: L'arte che libera

"La bellezza è al di la del gusto personale. Le etichette "bello" e "brutto", restringono il mistero riducendolo ad una sicurezza. Per una questione pratica la struttura del corpo - mente viene guidata verso delle tendenze che, però, possono dipendere dai condizionamenti. Quando l'intera struttura è consapevole delle restrizioni spacciate per gusti personali che, quindi, allontanano il diverso e lo sconosciuto, allora può muoversi verso le sue risonanze naturali.
Fino ad allora la persona definisce i canoni di "bello" in relazione ai suoi filtri, e quindi i gusti non sono altro che una proiezione chiaramente personale. Si dice "gusto personale" proprio per questo, e lì tutto rimane all'interno del soggettivo. Indagando interiormente, però, il personale viene riassorbito dalla spaziosità senza definizioni, e inevitabilmente le emozioni si espandono fino a toccare un punto di silenzio senza divisioni. Le opere d'arte, i film, le canzoni, saranno scelte (nel personale) solo in base all'associazione a certe forme di emozione e pensiero note, rifiutando ciò che provoca sensazioni scomode. L'errore è giudicarle come "esterne", e quindi come "brutte". La verità è che si ha paura di ciò che non si capisce, di ciò che esce dal nostro riferimento abituale. Quando familiarizziamo con sentimenti repressi come paura, rabbia, angoscia, tristezza, ansia, possiamo farci abbracciare da forme d'arte che si servono di queste emozioni per lasciarci avvicinare al nostro centro. Da questa posizione le scelte artistiche che faremo non dipenderanno più da un settore ridotto di emozioni (solitamente positive, della massa), ma dalla risonanza della sensazione che stiamo vivendo. Abitualmente quando si dice "no" alla tristezza, allora si tenderà a cercare una forma di attività che la copra. Le scelte artistiche, dunque, saranno virate verso emozioni che non ci dicono che siamo tristi, ma allegri e spensierati. Da questo dipende il fatto che la maggior parte delle opere commerciali hanno successo, perché la maggioranza della popolazione sceglie la menzogna."



DIALOGHI: Abitudine o scelta?


"Non riesco a liberarmi dalle mie abitudini e dai miei condizionamenti"

"Quando un condizionamento e/o abitudine è visto, non è più un'abitudine ma una scelta.
Si può definire condizionamento un meccanismo ripetitivo di cui non siamo coscienti. Se sei cosciente delle tue restrizioni, chi ti vieta di abbandonarle?

"La paura credo"

"Ad un certo punto si ha più paura del noto che dell'ignoto. Se non sei ancora a quel punto significa che hai bisogno del riferimento abitudinario per sentirti al sicuro."

DIALOGHI: Sentire è pericoloso

"Guardare, ascoltare, toccare, è troppo pericoloso, perché distruggerebbe la continuità del pensiero. Noi ci limitiamo ad appiccicare etichette in ciò che percepiamo, per confermare le nostre sicurezze di conoscere. Le nostre mani, il nostro gatto, il mondo, l'automobile, il cemento, gli altri, sono tutte idee su cui proiettiamo una sicurezza. Perdere il riferimento, l'immagine, significa perdere di conseguenza il modo in cui percepiamo noi stessi. Senza sapere con cosa entriamo in contatto, non sappiamo più chi siamo. Ogni discorso spirituale, dunque, se non parte da questa sincera messa in discussione, è una presunzione. Vogliamo capire senza sacrificare. Vogliamo aggiungere senza togliere. Dunque iniziamo a guardare il cemento abbastanza a lungo da toccare per la prima volta la paura di non sapere cosa stiamo guardando. Mettiamo da parte le nostre conoscenze, torniamo alle basi."



mercoledì 19 ottobre 2016

DIALOGHI: Voglio il tuo bene

"Cosa c'è di male a volere il suo bene?"

"Nulla. Ma si è felici per l'altro prima di essere felici con l'altro.
L'altro può non esserci, può comportarsi in modo per noi incomprensibile, può stare con persone che non ci piacciono, non importa. Pretendere che rispecchi la nostra idea di felicità, significa che vogliamo realizzarla attraverso lui. Ogni volta che questo accade riflette il nostro egoismo e la nostra paura di responsabilità intima. Poiché non abbiamo il coraggio di essere liberi e felici, non potremmo mai vedere se l'altro lo è realmente. Possiamo solo proiettare la nostra idea di realizzazione, immaginando che l'altro sia felice o meno. "Volere il suo bene" è una frase pericolosa, perché non è detto che l'altro desideri ottenere la nostra idea di bene."



DIALOGHI: Volere è potere?

"Ciò che scrivi è molto bello, ma è difficile"

E' difficile è solo ciò che non si vuole, o si teme di volere. Difficile è saltare 4 gradini perché si ha la pretesa di voler arrivare da qualche parte. Chi fa un passo alla volta si gode il percorso e si ritrova in cima senza quasi rendersene conto. Quando si vuole qualcosa non si chiede come. Non è necessario desiderarla, è già tua. Non importa il percorso, non è una questione di soldi, di tempo, non ci sono scuse.
Quando c'è reale passione, reale risonanza, la distanza tra te e ciò che vuoi è solo mentale. Siete un tutt'uno. Devi apprendere funzionalmente la tecnica di canto, ma dentro sei già un cantante.

"Non sempre è così chiaro cosa si vuole.."

Un processo di pulizia, conseguente all'ascolto, alla non pretesa, alla rimozione di tutti i desideri, aspettative, sovrastrutture, proiezioni, condizionamenti, è necessario. Questo viene naturalmente, come un processo fisiologico. Devi far pipì, è naturale. Trattenerla è innaturale, è difficile trattenerla a lungo. E' difficile solo ciò che non è naturale. Prima di desiderare è necessario essere. Sei sei cresciuto pensando che fare la pipì è un peccato, allora avrai paura e la tratterrai. Quando percorri una strada non tua, quando sei in compagnia di gente che non risuona, semplicemente lo vedi e agisci di conseguenza.

"Non tutto ciò che si vuole è realizzabile"

Solo se si vuole ciò che non ti appartiene. Il volere non è personale, altrimenti è irrealizzabile, o, al contrario, non porterà quell'appagamento che credevamo. Quando smetti di pretendere ciò che in fondo non vuoi, o smetti di allontanare ciò che sei, la vita può parlarti. A quel punto diventa facile.
Se ami suonare la chitarra non avrai bisogno di un pubblico che ti applauda. Se ami le arti marziali potrai praticare anche con un solo allievo o con un albero. Se ami dipingere e non hai tela e pennello, sarà sufficiente disegnare sulla sabbia. Tornando all'esempio della pipì, se vuoi farla nel bagno più pulito e confortevole della città, chiaramente sarà difficile tenerla a lungo. Sei tu che rendi difficile tutto. 
Ciò che vuoi è sempre disponibile, perché riflette ciò che sei, mentre ciò che non vuoi è difficile, spossante e, spesso (per fortuna) irrealizzabile. Capisci la differenza tra ciò che vuoi e ciò che vuole il mondo, la società e la famiglia usando te.


DIALOGHI: Giudicare

"Togliere innanzi tutto la connotazione negativa data al termine. Rabbia, giudizio, ego, male, satana, odio, sono parole accompagnate principalmente da un'emotività reattiva. Tornando all'origine del giudizio, non puoi giudicare mai l'essere, ma l'azione, Se sei un insegnante, puoi giudicare in merito al risultato tecnico dell'allievo. Se l'allievo lo prenderà sul personale, vorrà dire che non ha ben capito questo principio, e cioè che l'essere è inattaccabile. Non possiamo giudicare ne essere giudicati, profondamente, ma solo perifericamente per questioni pratiche e funzionali. Dunque tutta la questione morale sul giudizio non sussiste. Tentare di giudicare l'essere è, chiaramente, un senso di inferiorità. Quando si giudica l'essere in relazione al fare, come ad esempio le sue scelte, i suoi crimini, i suoi abiti, il suo linguaggio, questo rappresenta in realtà un'auto giudizio. Vale a dire, poiché ci si crede il -fare- e non l'essere, si giudicano gli altri in base a questa idea. L'essere non esiste, il fare diventa il centro. Sentirsi toccati emotivamente, giudicando o sentendosi giudicati, è semplicemente una mancanza di chiarezza ed una pochezza interiore. Nessuno giudica e nessuno è giudicato."


DIALOGHI: Paura come espressione della tranquillità



Cosa fare della paura?

Non si fa niente, si sente.
Ricevi un colpo, subisci un torto, vieni deriso, domani devi affrontare un esame, si rimane con l'eco nel corpo.
Non importa se è la mamma, il vicino, l'amante, la fine del mondo, perché ciò che conta è il sangue che bolle, la respirazione affannata, il calore dei colpi.
Si rimane mentalmente incastrati nelle ragioni, nei motivi, perché non si vuole sentire. L'esplorazione sensoriale è possibile solo mettendo da parte cause, responsabilità e conseguenze. Poco alla volta si realizza che la paura è anch'essa espressione della tranquillità.

In che senso?

Un pittore può esprimere l'emozione della paura sul suo quadro, senza aver paura. Se avesse paura non riuscirebbe a tenere fermo il pennello. Un pittore sente la paura come elemento del silenzio. Allo stesso modo un chirurgo non potrebbe operare se coinvolto affettivamente. La paura psicologica è un ingombro, mentre quella istintiva è di aiuto. Non ci si libera dalla paura come non ci si taglia un braccio solo perché si prova del dolore al gomito. Si vive con tutto questo, in modo intelligente.